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Perché tifo per una conferma di Mattarella al Quirinale

Draghi Discorso

Non sarebbe più saggio e sensato cogliere questa spinta che viene dai peones (con il voto sulla Casellati si sono riabilitati ai miei occhi) a favore di una rielezione di Mattarella per un secondo mandato? L’opinione di Giuliano Cazzola

 

Scrivo dopo che si è concluso lo spoglio dello schede della sesta votazione per la elezione del Capo dello Stato e, in attesa di D Day annunciato per sabato 30 gennaio vorrei condividere alcune considerazioni con gli amici di Start.

In questi giorni, in tanti, a cominciare dal sottoscritto, abbiamo scaricato valanghe di letame sui grandi elettori (ovvero sul Parlamento che è il principale protagonista di questo adempimento costituzionale).

Certo, il voto del 4 marzo 2018 è stato il frutto di una sbornia generale di gran parte dell’elettorato che ha premiato forze politiche le quali, una volta alleate nel governo del primo Giuseppe Conte, hanno fatto correre al Paese dei rischi letali sia sul piano internazionale, europeo e interno.

Per mesi Sergio Mattarella si è battuto come Leonida alle Termopili, fino a quando Matteo Salvini non ha fatto il passo più lungo della gamba rotolando fuori del governo e della maggioranza.

In quella fase hanno svolto un ruolo importante sia Matteo Renzi (Nicola Zingaretti si era accordato con Salvini per andare alle elezioni anticipate e quindi per regalargli l’Italia su di un piatto d’argento), sia lo stesso Conte che con il suo voltafaccia (in sostanza un atto di legittima difesa) ha contribuito a riportare il Paese in una linea di normalità, sotto la sapiente regia del Quirinale (e l’intervento di Beppe Grillo che sponsorizzò la nuova maggioranza).

Poi, un anno fa, Mattarella ha risolto una crisi della maggioranza giallo-rossa (quando il Pd andava a caccia dei ‘’responsabili’’ per dare vita ad un Conte 3 e copriva di insulti Matteo Renzi che continuava a non riconoscere la leadership dell’avvocato del popolo.

Poi il miracolo di Mattarella quando ormai si apprestava ad uscire di scena: dal Quirinale è calato sulle Camere un deus ex machina che ha lasciato tutti a bocca aperta. La campagna di vaccinazione si mette in moto e ha realizzati risultati importanti, l’economia ha ritrovato fiducia, i partner internazionali si sono fidati di noi al punto da metterci a disposizione il portafoglio.

A fine anno, messa in cascina la legge di bilancio, tutti si stavano interrogando se lo sbocco di Mario Draghi fosse – come si era sempre immaginato – il Quirinale e, in proposito, quali fossero le sue intenzioni.

Il 22 dicembre è stato il giorno della verità: Draghi ha fatto capire di essere pronto al trasferimento, rassicurando tutti sulla continuità dell’azione di governo, la conferma della maggioranza, la scadenza naturale della legislatura e quant’altro.

A quel punto si è scoperto che nessuno era intenzionato a tenersi Draghi per sette anni al riparo della Costituzione. Sarebbe bastato lasciarlo a Palazzo Chigi per qualche mese ancora; ma perché ciò fosse possibile era necessario non sfasciare la maggioranza, che solo l’ex presidente della Bce era in grado di tenere insieme.

Occorreva mandare ad abitare sul Colle fatidico un ‘’Draghi’’ che non fosse Mario Draghi. Se non è sempre facile far calare dall’alto un deus ex machina che non sia un Re Travicello, è quasi impossibile farlo salire dal basso.

E’ questa la cronaca della settimana che sta per finire. I sette giorni del nostro scontento sono iniziati con il ritiro di Silvio Berlusconi che aveva tenuto congelata l’iniziativa del centro-destra e turbato i sonni del mondo variegato che non ha mai smesso di confermare la propria esistenza in vita alleandosi contro il Cav.

Poi la mano è passata a Matteo Salvini che ha collezionato una serie di errori imperdonabili fino a quello di tentare la ‘’spallata’’ con la candidatura della presidente Elisabetta Casellati, mettendola in difficoltà (lei però se la era cercata) anche come seconda carica dello Stato.

Qui va riconosciuto a quella settantina di ‘’franchi tiratori’’ di aver agito nell’interesse del Paese (perché un capo dello Stato così non lo meritavamo proprio).

Come si dice in questi casi? ‘’Il re è morto viva il re’’. Un’autorevole esponente donna non ce l’ha fatta, ma i capataz hanno deciso che una donna deve essere.

Si parla con insistenza di Elisabetta Belloni, una sorta di Putin al femminile visto che ricopre (invero da poco tempo) il ruolo del presidente russo, ancora alle prime armi. Ma non facciamo dello spirito a buon mercato. Anche George Bush padre era stato capo della CIA prima di dedicarsi alla politica.

La Belloni ha una lunga esperienza internazionale; e per il ruolo ricoperto alla Farnesina, con diversi ministri e governi, è senz’altro al di sopra delle parti.

Poi, la vediamo, almeno, più adatta a presiedere il Consiglio Superiore della Difesa nel caso che precipiti la crisi ucraina. Vorrei sbagliarmi, ma non sono sicuro che tutto, oggi, vada per il verso giusto.

Non sono forse un segnale chiaro i 336 voti a Sergio Mattarella nella sesta votazione? Si tratta di un’indicazione molto significativa, anche se viene contrabbandata come un omaggio alla sua persona e al lavoro che ha svolto al Quirinale.

Nel contesto delle decisioni di voto assunte dai gruppi (astensioni, schede bianche, ecc.) 336 voti sono tanti e rendono testimonianza di una ‘’intelligenza strategica’’, in azione al di fuori dai vertici dei partiti.

Se oggi questi 336 votanti (magari con l’aggiunta di qualche suffragio disperso) si trasformassero in ‘’franchi tiratori’’, anche Elisabetta Belloni sarebbe bocciata. Non sarebbe più saggio e sensato cogliere questa spinta che viene dai peones (con il voto sulla Casellati si sono riabilitati ai miei occhi) a favore di una rielezione di Mattarella per un secondo mandato? Magari con il rinforzo di una richiesta pubblica di Mario Draghi.

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