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Perché Stefano Parisi sballotta il Corriere della Sera su Corea e lockdown

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Corea

“Seul chiude, il modello Corea del Sud si è ingrippato”, scrive il Corriere. Tutto vero? No, scrive Stefano Parisi su Facebook

“Seul chiude, il modello Corea del Sud si è ingrippato”, scrive il Corriere. Ecco il classico esempio di giornalismo italiano. Soddisfazione per il fallimento degli altri, non guardare mai la realtà con obiettività, non fare mai lo sforzo di analizzare i numeri. Grande soddisfazione perché noi abbiamo esaltato il “modello Italia” e osteggiato quello sudcoreano del “traccia, testa e cura”. Noi no! Noi abbiamo tenuto chiuso il nostro Paese più degli altri, abbiamo salvaguardato il diritto alla privacy degli italiani, abbiamo evitato di fare inutili tamponi: altro che Corea del Sud, noi sì che siamo degli eroi, siamo democratici, siamo un esempio per il mondo intero!

Eppure la Corea del Sud (51 milioni di abitanti) con il sistema di fare tamponi a tappeto, isolare e tracciare i positivi, anche asintomatici, e curarli possibilmente a domicilio o in residenze dedicate, evitando che si affollassero negli ospedali, ha registrato 11.344 casi dall’inizio della pandemia, con un totale di 269 decessi. E’ accaduto che ieri sono stati registrati 79 nuovi casi. Il Governo sudcoreano ha individuato la fonte virale in un magazzino di stoccaggio a ovest di Seul. Ha così rimesso in lockdown una parte della città, 4.000 lavoratori e visitatori del magazzino sono stati messi in isolamento ed è stato fatto il test all’80% dei possibili contagiati.

I numeri in Italia (più di 60 milioni di abitanti) a ieri sono: 231.732 casi totali, 33.142 morti e ieri 593 nuovi contagi. In Italia non abbiamo idea di quali possano essere le zone dove il virus si propaga e in alcune aree del nostro Paese la situazione è ancora del tutto fuori controllo. La verità è che ciò che è accaduto ieri a Seul dimostra proprio l’efficacia del modello “traccia, testa e cura”.

Il virus non è debellato in nessuna area del mondo, neanche in Corea del Sud, ovviamente. Ma è proprio quel modello che ha minimizzato il numero dei morti, ha consentito un mantenimento delle attività economiche con un impatto sul PIL infinitamente minore rispetto all’Italia (-0,2%, contro -9%), e soprattutto consente di individuare tempestivamente le possibili nuove fonti di contagio, e quindi di isolarle, chiudere e testare tutte le persone entrate in contatto con con il contagio. Se la stampa italiana smettesse di esaltare il confuso, incerto e frammentato “modello Italia” e analizzasse con un po’ di umiltà le soluzioni adottate da Paesi democratici, forse potremmo vedere la luce in fondo a questo lungo e drammatico tunnel.

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