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Perché l’Spd ha segato Lars Feld in Germania?

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Lars P. Feld

L’Spd mette il veto sull’economista Lars Feld, che dovrà fare le valigie e lasciare il Consiglio degli esperti economici. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti

Lo scontro fra i partiti della maggioranza, ormai entrati in modalità campagna elettorale, manda al tappeto una delle istituzioni più autorevoli della Germania: il Consiglio degli esperti economici. Il suo nome tedesco è lungo quanto il suo prestigio: Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung. Si tratta dell’organismo che consiglia parlamento e governo tedeschi sulle questioni economico-politiche. È un gruppo di cinque esperti, fra gli economisti più accreditati del Paese che ogni anno presentano un rapporto che il governo è obbligato a commentare e discutere entro otto settimane dalla sua pubblicazione. La stampa li chiama i cinque saggi. Da venerdì, per colpa del litigio tra Unione (Cdu e Csu) e Spd sono diventati quattro.

A fare le valige è stato il presidente, l’economista Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institut e professore all’Università di Friburgo. Il suo secondo mandato è scaduto lo scorso fine settimana e il veto dei socialdemocratici ha impedito che fosse riconfermato per una terza volta. Lo aveva richiesto l’intera Cdu, sostenendo che in tempi di pandemia sarebbe stato irresponsabile lasciare l’organismo a ranghi ridotti e senza il suo presidente, in attesa della nomina del successore. Un periodo di “vacatio”, il Consiglio degli esperti economici lo ha già vissuto un anno fa, quando i saggi rimasero addirittura in tre. I partiti si confrontarono anche allora a lungo, prima di trovare due economiste che sostituissero i due consiglieri decaduti. La Cdu puntava a confermare Feld richiamandosi proprio a questo precedente.

Ma il professore di Friburgo era inviso all’Spd. Troppo liberale per i gusti dei socialdemocratici, che con la sua sostituzione sperano anche di ribaltare gli equilibri del Consiglio dopo anni di prevalenza liberista. Nella classificazione di stampo ornitologico che tanto piace alla stampa (specie italiana), Lars Feld è un’economista catalogato nella categoria dei falchi: propugna uno Stato snello e poco invasivo nell’economia e sostiene la riduzione del carico fiscale. Nato nella Saar nel 1966, studi in Germania e Svizzera, ha insegnato in Francia (a Rennes), a Marburgo, in Svizzera (a San Gallo) e ad Heidelberg. Poi è transitato dallo ZEW di Mannheim, prima di approdare nel 2010 all’Università di Friburgo, dove dirige anche il Walter Eucken Institut, think tank che si ispira alla tradizione dell’ordo-liberalismo.

Era nel Consiglio dei cinque saggi dal 2011, anche se lo guidava solo da un anno. Fu nominato dall’unico governo che Angela Merkel non ha formato con l’Spd: erano i tempi dell’esecutivo giallonero con i liberali, e liberale era il ministro dell’Economia, Rainer Brüderle, che spinse per lui. È stato poi molto vicino all’ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, con il quale ha condiviso la stagione dell’austerity. Ripetute, in quegli anni, le critiche contro le cicale dissipatrici del Sud Europa, o le accuse alla politica espansiva della Bce guidata da Mario Draghi perché ritagliata sui bisogni dell’Italia. Al nostro Paese, in particolare, non ha risparmiato rimproveri per la timidezza nelle riforme e per la tendenza a strappare a Bruxelles flessibilità nella gestione dei conti pubblici, anche sfruttando calamità naturali come il terremoto. Insomma, un economista rigoroso, “un uomo libero” come scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Per l’Italia più un tipaccio e, a quanto pare, anche per l’Spd.

Curioso che a farlo fuori sia proprio una di quelle abitudini di cui riteneva il suo Paese immune: l’intromissione della politica. Per l’Spd, e per il ministro del Tesoro Olaf Scholz in particolare, la visione economica di Feld non corrisponde a quella del proprio partito e un suo terzo mandato all’interno del Consiglio non sarebbe stato opportuno. In verità, il terzo mandato è una rarità, un’eccezione, e proprio con un’eccezione la Cdu voleva giustificarlo: l’emergenza pandemica. Insomma, una catastrofe naturale (non troppo dissimile dal terremoto in Italia, paradossi della vita). Ma i socialdemocratici, che puntano su un nuovo nome, avevano rifiutato anche l’ipotesi di compromesso avanzata dal partito di Merkel: la proroga di un solo anno.

Così, dopo dieci anni, venerdì per Feld si è chiusa la stagione nel Consiglio degli economisti. Per la sua successione Olaf Scholz propone adesso due successori. Uno è il presidente dell’istituto Diw di Berlino, Marcel Fratzscher, le cui posizioni su Europa e investimenti pubblici sono molto vicine a quelle dell’Spd (e un’idea è possibile farsela leggendo la sua intervista pubblicata sull’ultimo numero del quadrimestrale di Start Magazine). Il secondo, preferito, è Jens Südekum, 45enne professore di Economia internazionale all’Università di Düsseldorf. Dalla sua ha il vantaggio di avere anche la tessera socialdemocratica.

Circostanza che ha dato al nuovo presidente della Cdu, Armin Laschet, l’occasione per intervenire a gamba tesa nello scontro sul quinto saggio. “Nel mezzo della pandemia il ministro delle Finanze dell’Spd impedisce con arroganza e ignoranza la continuità del lavoro del Consiglio dei cinque saggi”, ha scritto il leader Cdu su twitter, per poi affondare: “Scholz è un apparatcik dell’Spd”. Un funzionario di partito, simile ai burocrati che affollavano l’apparato dell’Unione Sovietica.

Toni duri, più da campagna elettorale che da alleati di governo impegnati a combattere una pandemia. Ma anche giustificati, secondo l’Handelsblatt, dal fatto che una così evidente intromissione della politica danneggi un organismo che ha nell’indipendenza la sua autorevolezza. “L’Spd occupa posti pubblici con logica di partito a discapito del bene del paese”, ha criticato il quotidiano economico. Ma non è chiaro se la Cdu intenderà far seguire fatti alle parole del suo leader e sabotare le proposte di Scholz. Angela Merkel appare più indulgente verso l’Spd, non ha interesse ad aprire altri fronti di conflitto oltre a quelli già esistenti, non ha prospettive elettorali ma solo quelle di entrare stabilmente nei libri di storia. Ma Laschet ha bisogno di tirar fuori le unghie, di sollevare l’orgoglio di partito, di ritagliarsi un profilo netto nella lunga corsa per la candidatura alla cancelleria. E così il caso Feld, oltre che una questione di governo è diventata un fatto di partito. Anche per la Cdu.

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