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Perché l’astensionismo record è colpa dei partiti (di centrodestra)

Pensioni

Chi si astenuto davvero nel primo turno delle elezioni comunali? L’analisi di Giuliano Cazzola

 

Sarà meglio attendere i ballottaggi prima di trarre conclusioni definitive, anche perché nel secondo turno molti astenuti nel primo potrebbero avere un ripensamento. In ogni caso lo sciopero dal voto, anche se non è stato maggioritario sul piano nazionale, è comunque una evidenza di queste elezioni amministrative che interessavano 12 milioni di aventi diritto in quasi 1200 comuni, tra i più importanti del Paese come Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma e Napoli per limitarsi ai capoluoghi di regione.

Senza dimenticare le elezioni regionali in Calabria e due consultazioni suppletive alla Camera dei deputati che vedevano in lizza, a Siena, niente meno che Enrico Letta e Luca Palamara in un collegio romano. L’esame dei flussi elettorali aiuterà a capire meglio la situazione.

Nel frattempo l’attenzione si è concentrata sul primo dato clamoroso: l’astensionismo, un fenomeno che ha già suscitato prime reazioni. È interessante l’analisi compiuta in una intervista su HuffPost al politologo Marco Valbruzzi, già coordinatore del prestigioso Istituto Cattaneo, che da Bologna, nell’area de Il Mulino, rappresenta un centro di eccellenza nella interpretazione dei flussi elettorali.

“Il calo dell’affluenza è un dato eclatante”, dice Valbruzzi, “quando c’è un crollo del genere, con un tasso di partecipazione inferiore al 60%, una democrazia funziona meno efficacemente: se un calo dell’1-2% era da considerare fisiologico, una perdita di circa il 7% è senza dubbio patologico”.

Un triste primato tutto da addebitare, secondo Valbruzzi, alla coalizione del centrodestra: “Sono i partiti che la compongono a essere i principali responsabili dell’alto tasso di astensione, per la mancanza di alternative valide e di scelte adeguate dei candidati. L’origine e la conseguenza della mancata partecipazione sono riconducibili alle decisioni, o meglio alle indecisioni, dei partiti di centrodestra. In tutte le principali città si vede a una smobilitazione asimmetrica dell’affluenza, tutta a danno dei partiti guidati da Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi”.

Ed è un processo – osserva il politologo – in chiara controtendenza rispetto agli ultimi otto, dieci anni, quando l’astensione segnalava generalmente una disaffezione degli elettori verso il centrosinistra.

Lo stesso Matteo Salvini duramente punito dagli elettori ha ammesso delle responsabilità del centrodestra, in particolare per il ritardo con cui sono state scelte le candidature. Ma questa linea di condotta non è soltanto frutto di sciatteria, ma di una reale difficoltà politica nel reperire candidati competitivi.

Dove ciò è stato possibile – soprattutto in presenza di candidati di Forza Italia – il centrodestra è in partita, quanto meno per i ballottaggi. In talune realtà – peraltro le più importanti – i due principali attori del centrodestra (FdI e Lega) nello spartirsi i candidati – hanno preferito, attraverso veti reciproci, impedire che l’alleato potesse fare eleggere il proprio sindaco, aggiungendo così un trofeo in più nella competizione fratricida, piuttosto che impegnarsi insieme per vincere.

Hanno dato persino l’impressione di non sapere dove sbattere la testa, di cercare candidature purché in grado di fregiarsi di rappresentare la società civile, quando l’elettorato – fregato più volte da questo giochetto – non ne vuole più sentir parlare e pretende di scegliere tra persone che sanno fare il mestiere del ‘’politico’’. I partiti di centrodestra devono aver fatto una riflessione che non gli ha portato fortuna.

Pare che, incontrando serie difficoltà a reperire candidati competitivi, si siano detti: ‘’seguiamo anche noi il metodo Conte. Scegliamo due sconosciuti e stiamo a vedere. In fondo se Conte è diventato presidente del Consiglio, può capitare che i nostri riescano a diventare sindaci’’.

Non si sono accorti che ad Enrico Michetti e a Luca Bernardo (reperiti attraverso il passaparola tra famigliari e amici) mancava un elemento che ha influito molto nella carriera di Giuseppi: nessuno dei due esibisce la pochette nel taschino della giacca.

Nella capitale del Sud, il centrodestra ha compiuto una scelta ‘’contro natura’’: la candidatura di un magistrato (Catello Maresca), dopo che i napoletani hanno eletto e sperimentato, con scarso successo, per un decennio una altra toga d’antan che in queste elezioni – a mo’ di eroe dei due mondi – si era candidato in Calabria. Come se il malgoverno potesse essere esportato.

A Bologna i partiti di centrodestra sono stati costretti a salire, per ignavia, sulla barchetta di in piccolo imprenditore, Fabio Battistini, che si sarebbe accontentato di veleggiare con la sua lista civica a fianco di qualche naviglio più potente e meglio armato.

A Torino il candidato del centrodestra è risultato competitivo. Eppure non ci sarebbe stato bisogno, in alcune di queste città, di mettersi a cercare, come Diogene, un candidato della c.d. società civile. Almeno per due buoni motivi: di candidati con questa provenienza e a capo di liste civiche gli elettori hanno fatto il pieno; ci sarebbero stati (in generale il centrosinistra, dal canto suo, lo ha capito) ottimi candidati ‘’politici’’.

A Bologna per esempio era disponibile Andrea Cangini, senatore di Forza Italia e già direttore de Il Resto del Carlino. A Milano, Maurizio Lupi (già vice presidente della Camera, ministro e capogruppo) avrebbe fatto miglior figura di Bernardo.

Su Roma, Giorgia Meloni avrebbe potuto investire di meglio. Il caso Michetti, infatti, propone un interrogativo inquietante: è più grave che lo abbiano candidato a sindaco della Città Eterna, in linea di continuità con Cesare Augusto, o che gli elettori romani lo abbiano mandato al ballottaggio?

Anche a Napoli il centrodestra avrebbe avuto delle carte migliori da giocare, magari rimettendo in pista Stefano Caldoro che non avrebbe avuto minori chance dell’ex Gabriele Albertini, a lungo corteggiato inutilmente a Milano.

Va poi notata un’altra caratteristica di queste consultazioni amministrative. In prossimità del volto le solite ‘’anime belle’’ facevano notare che questa volta – essendovi una situazione di larga intesa nella politica nazionale – nella compagna elettorale sarebbero prevalsi i programmi e i problemi locali.

Che sia anche per questo che la gente non è andata a votare in massa? Perché non venivano sventolati i drappi rossi del conflitto nazionale?

In ogni caso, non siamo un’eccezione quanto a presenza alle urne. Un po’ ovunque calano i votanti. Forse è in corso anche da noi una certa normalizzazione. Certo che quando i partiti sono stati tra i primi a suicidarsi in pubblico non c’è da stupirsi che gli elettori ne tengano conto.

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