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Perché la Libia è vitale per l’Italia

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Libia

Se allarghiamo lo sguardo all’intero scenario noteremo come l’Italia, se solo lo volesse, potrebbe ancora aspirare a un qualche ruolo in Libia. Estratto dell’analisi di Michela Mercuri pubblicata sul nuovo numero della rivista della Fondazione Craxi “Le Sfide”

La Libia è vitale per l’Italia per molteplici motivi, innanzitutto in termini energetici. Il Paese nordafricano, nel 2018, ha rappresentato il 16 per cento della produzione di idrocarburi complessiva di ENI che, in tandem con la società nazionale NOC, vantava il 70 per cento della produzione nazionale libica, dislocata soprattutto nell’ovest. La Libia rappresenta, inoltre, un rischio per la sicurezza nazionale. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 27 luglio del 2018 vi sarebbero tra i 3mila e 4mila combattenti dell’ISIS dislocati nel Sud libico – e dunque a poche miglia marittime dall’Italia – ma con tutta probabilità oggi i numeri sono ulteriormente aumentati.

La maggior parte degli interessi italiani sono in Tripolitania e, per questo, tenere aperto un canale con gli attori dell’Ovest è inevitabile per conservare la nostra porzione di influenza. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile riattivare un dialogo bilaterale con le municipalità e con tutti i principali attori locali che qui operano. La presenza dell’ambasciata italiana a Tripoli e la conoscenza delle realtà locali sviluppata negli anni sono un valore aggiunto che l’attuale governo dovrebbe necessariamente sfruttare. Sempre nel contesto dei complessi rapporti con Serraj si colloca il discusso “memorandum sui migranti” che si è rinnovato automaticamente lo scorso 2 febbraio.

Ora, se da un lato è vero che l’accordo richiede alcune importanti revisioni, specie in tema di diritti umani, dall’altro il suo rinnovo, con le indispensabili modifiche, potrebbe essere uno strumento utile per l’Italia, sia per gestire la situazione – che altrimenti resterebbe appannaggio delle milizie libiche – sia per tenere aperto un canale con Tripoli, evitando di “appaltare” alla Turchia anche la rotta del Mediterraneo centrale.

Sarebbe, d’altra parte, un errore sottovalutare il quadro complessivo. Anche qui non c’è alternativa: è necessario giocare “a tutto campo”, sfruttando, soprattutto, il nostro peso economico. Si tratterà, in primo luogo, di interloquire con la Russia, con l’Egitto, con Israele e gli altri Paesi del progetto East Med. Non è un’opzione semplice poiché da un lato l’Italia si trova a dover difendere i propri interessi in Tripolitania, ma su questo lato si scontra con il recente accordo siglato da Serraj ed Erdogan per una ZEE (Zona Economica Esclusiva) tra la Turchia e la Libia che garantirebbe ad Ankara margini di manovra capaci di escludere l’ENI da un tratto di mare nevralgico; dall’altro deve difendere anche i suoi interessi energetici con alcuni attori che sostengono Haftar, impegnati nel progetto East Med.

Va però evidenziato che il generale è supportato da Francia, Russia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, fin dalla sua affermazione nel teatro libico, anche attraverso la fornitura di armi e supporto militare. Se è vero che Haftar ha incontrato spesso esponenti del governo italiano e ha partecipato al summit di Palermo del 12 e 13 novembre scorso, probabilmente grazie all’intercessione di Putin, resta alleato di ferro di chi gli garantisce il bottino più corposo. E non siamo certo noi italiani.

L’Italia, tuttavia, potrebbe avere ancora alcune carte da giocare. Il gas egiziano, si sa, porta il marchio di ENI, il giacimento Zhor, oggi, rappresenta da solo un terzo della produzione totale di gas del Paese; nel 2019 la compagnia italiana ha realizzato in Egitto 15 nuove scoperte di gas e una nuova importante scoperta di petrolio. Anche con Mosca l’Italia ha un canale privilegiato tanto che, lo scorso dicembre, l’ambasciatore russo Sergey Razov, ha parlato di «un gran finale per quest’anno nei rapporti tra Italia e Russia».

Se allarghiamo lo sguardo all’intero scenario noteremo, allora, come l’Italia, se solo lo volesse, potrebbe ancora aspirare a un qualche ruolo in Libia. La Turchia, che tanto ci spaventa, non ha la capacità di “proiezione militare” che ostenta; la Russia non mira a una escalation del conflitto che rischierebbe di marginalizzare i suoi interessi nel Paese; la Francia, seppure molto aggressiva a parole, è in difficoltà in tutto il Sahel e non è nella posizione di disperdere troppe energie in Libia; l’Egitto, come già ricordato, non può rischiare di interrompere i rapporti energetici con l’Italia. Perché non provare a far fruttare tali assets invece di continuare a mantenere questa posizione di ingiustificata abnegazione nei confronti dell’Europa che nel 2011 ci è costata la Libia?

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