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Perché in Italia la monarchia non ce l’ha fatta

Pizzagalli Visconti

“I visconti. Il sogno della corona” di Daniela Pizzagalli letto da Tullio Fazzolari

 

Non si parlerebbe più di monarchie se non ci fosse stata Elisabetta II. E nella solennità dei suoi funerali ciò che ha più colpito è stata la partecipazione convinta e commossa del popolo britannico. Segno evidente di un affetto per la regina ma anche di un attaccamento all’istituzione, il che di sicuro suscita ammirazione ma, per essere sinceri, anche un po’ di meraviglia. Per noi italiani sarebbe inconcepibile identificarsi con un re o con una dinastia. L’unica casa regnante della nostra storia è durata appena tre generazioni e mezza, cioè meno di un secolo, e viene ricordata più per le sue colpe negli ultimi vent’anni che per le gesta risorgimentali.

Tra i motivi per cui in Italia il concetto di monarchia non ha avuto la possibilità di attecchire c’è anche la sconfitta di tutte le nobili famiglie che nel Medioevo o nel Rinascimento s’erano conquistate il rango di signoria. Nessuna è mai riuscita ad andare oltre il titolo di duca e arrivare a quello reale. Emblematica da questo punto di vista è la parabola dei Visconti, signori di Milano, della Lombardia e di gran parte dell’Italia settentrionale, a cui Daniela Pizzagalli ha dedicato un’intera saga in tre volumi. I primi due avevano raccontato le conquiste dei Visconti e il loro consolidamento al potere con metodi spietati. L’ultimo, “I Visconti. Il sogno della corona” (Rizzoli, 304 pagine, 15 euro), è la cronaca dettagliata del fallimento di un progetto ambizioso: quello appunto di diventare una famiglia reale e di fare di Milano la capitale di un regno.

E’ il sogno coltivato dagli ultimi esponenti del casato visconteo: da Gian Galeazzo a suo figlio Filippo Maria tessono trame, intrecciano alleanze e matrimoni con l’obiettivo di indossare la corona. L’impresa, di per sé già difficile, diventa ancora più problematica per Filippo Maria perché dopo la morte del padre il ducato è stato portato sull’orlo del baratro dal malgoverno del fratello primogenito Giovanni Maria.

Nonostante questo il progetto dei Visconti sembra riprendere slancio. Ma le difficoltà vere sono in agguato. Successi e insuccessi militari dipendono da condottieri di ventura come il conte di Carmagnola che abbandona i Visconti per passare dalla parte di Venezia. Il tentativo di conquistare la Romagna attira su Filippo Maria l’ostilità di Firenze. Ma soprattutto i grandi attori della scena italiana oltre al papato iniziano a essere gli Angiò e gli Aragona cioè la Francia e la Spagna.

L’unica prospettiva per una dinastia italiana è quella di essere un alleato sottomesso all’una o all’altra. Il sogno monarchico dei Visconti muore con Filippo Maria e il ducato finisce non senza problemi sotto il governo di un condottiero, Francesco Sforza, che ha sposato la sua unica figlia. Milano non sarà mai più la capitale di un regno indipendente. E’ la fine di un’illusione ma coincide anche con l’irreversibile inizio di un’epoca in cui l’Italia, pur conservando grandi ricchezze e lo splendore delle arti, sarà soprattutto terra di conquista per le potenze straniere.

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