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Perché il terzo mandato sta squassando il Pd

Non solo nel centrodestra ma anche nel Pd si discute sul terzo mandato per i presidenti delle regioni. Tensioni Bonaccini-Schlein. Il punto di Damato

No. Questa partita del terzo mandato, chiamiamola così, pensando ora ai presidenti delle regioni e poi ai sindaci, non è stata giocata male da Matteo Salvini. O così male come appare dall’autorete che ha voluto rimediare in commissione al Senato facendo votare e bocciare dalle opposizioni e dai suoi stessi alleati la proposta di sblocco dei due mandati.

Pur senza trovare il santo in paradiso che sulla questione del ponte sullo stretto di Messina ha accecato gli oppositori indirizzandoli verso una battaglia giudiziaria, una volta perduta quella politica, Salvini ha risolto da sé il problema -ripeto- del terzo mandato investendo astutamente più sulle debolezze altrui che sulla propria forza. O sull’interesse, che gli contestano a torto a ragione, di volere fare confermare al posto che ha l’amico e collega di partito governatore del Veneto, Luca Zaia, per non trovarselo poi fra piedi come concorrente alla guida del Carroccio.

Un attimo dopo avere incassato per la sua apparente autorete nella commissione competente del Senato le spallucce degli alleati decisi o rassegnati, secondo i gusti, ad affrontare in aula il secondo tempo della partita, possibilmente dopo le elezioni europee di giugno, in un quadro più chiaro dei rapporti di forza nella coalizione di governo, Salvini ha potuto godersi la rivolta esplosa nel Pd contro la Schlein. Alla quale per la prima volta, se non ricordo male, l’ex concorrente e ora presidente del Pd Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna non estraneo di certo all’ipotesi di un terzo mandato, ha contestato alla segretaria Elly Schlein il mancato rispetto di impegni evidentemente presi non nel senso di un voto contrario. Che peraltro ha ancora una volta accomunato la stessa Schlein a Giuseppe Conte. Che da Beppe Grillo, garante e nel tempo stesso consulente retribuito, ha ereditato un Movimento dove il terzo mandato viene vissuto sotto moltissimi aspetti, personali e politici, come una tragedia. Un mostro di cui avere paura di giorno e di notte.

Alla ripresa della partita, già in aula al Senato o nelle prove di allenamento che la precederanno, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, o viceversa, come preferite, potranno trovarsi in condizioni migliori di Schlein e Bonaccini. Il riequilibrio dei rapporti di forza locali, a vario livello amministrativo, è nel Pd molto più difficile e rischioso che nel centrodestra in genere, o fra alcune delle sue componenti in particolare.

Non dimentichiamo che ad avvertire e temere il soverchiante peso degli amministratori fu a suo tempo nel Pds-ex Pci Massimo D’Alema liquidando come “cacicchi” i sindaci. Rispetto ai quali i governatori, o come altro preferiscono definirli le parrucche costituzionali, sono diventati ancora più ingombranti. E anche villani, come il presidente della Campania Vincenzo De Luca dimostra ogni volta che parla, poco importa se di avversari o alleati. La Meloni sta ancora aspettando le scuse per la “stronza” neppure tanto sussurrata nei corridoi della Camera da De Luca, appunto, sceso a Roma per guidare la rivolta contro le autonomie regionali differenziate. Che peraltro furono istituite dalla stessa sinistra con una riforma costituzionale approvata a suo tempo nella vana illusione di scongiurare il ritorno di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi all’alleanza interrottasi alla fine del 1994 su sollecitazioni dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Che salutava Bossi al Quirinale, ogni volta che ne attraversava il portone, come un liberatore.

Capisco il timore espresso qui da Daniele Capezzone di qualche fraintendimento nelle votazioni sarde di ciò che è accaduto in commissione al Senato sul terzo mandato, con una coalizione di governo spaccata e un’opposizione apparentemente unita. Ma penso di conoscere gli elettori sardi della mia terra, dopo quella di nascita e di adozione professionale, abbastanza bene per non fasciarmi la testa prima di essermela rotta. No. Questa volta, ripeto, Salvini ha giocato bene la sua partita.

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