Personalmente, molto personalmente, spero che il capo della Procura della Repubblica Napoli Nicola Gratteri – “la più grande d’Europa”, ricorda sempre Lilli Gruber intendendo per la più popolosa – non finisca sotto processo al Consiglio Superiore della Magistratura, dove qualcuno si è già mosso per portarvelo, né altrove per ciò che ha detto a favore -credeva- del no referendario sulla riforma costituzionale della magistratura in Calabria. Dove egli ha lavorato e di cui ritiene di avere acquisito una conoscenza senza pari su ogni piano: sociale e criminale. Una Calabria – ha detto Gratteri – in cui voteranno sì alla riforma, per i benefici che ne ricaveranno, gli indagati, gli imputati, i condannati, se in grado di votare, i massoni delle logge deviate. E non tutti gli altri, cioè le persone che usiamo ritenere e chiamare perbene.
Un processo, anche solo disciplinare, rischia di fare di un martire un Gratteri che ha già messo le mani avanti, come si dice, ricordando di essere sotto scorta da una vita per i pericoli di morte che corre in attentati della malavita che non gli perdona le inchieste che ha fatto e gli arresti che ne sono conseguiti, molti dei quali in verità non tradottisi in condanne. Tutt’altro.
Tutto merita Gratteri per quello che ha detto sugli elettori referendari della Calabria, non o non ancora della Campania dove adesso lavora, fuorché l’aureola del martire. E dai sostenitori del sì, non solo in Calabria e in Campania, ma di tutta Italia egli merita piuttosto un ringraziamento per avere così male sostenuto la causa del no, in una visione preconcetta, al limite del razzismo, che non gli fa onore né come magistrato né come uomo soltanto. La cosa più grave, oltre che curiosa, è che lui non se ne sia reso conto subito e abbia difeso la sua posizione tornando subito sulla questione nella trasmissione, per esempio, di “Piazza pulita” su La 7. E dove sennò?




