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Perché il prossimo governo in Israele sarà poco solido

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Nessuno crede che il prossimo governo in Israele possa durare fino alla fine del mandato. Ma si tratta comunque di una scossa significativa. L’analisi di Daniel Reichel, animatore di Pagine Ebraiche, tratta da Affari Internazionali

Alle 23.25 del 2 giugno Yair Lapid, leader del partito di centro Yesh Atid, ha chiamato il presidente d’Israele Reuven Rivlin per informarlo di avere i numeri per dare un nuovo governo a Israele. “Caro presidente, ci sono riuscito. Ho il sostegno di Yesh Atid, Yamina, Blu e Bianco, Ra’am, New Hope, Yisrael Beiteinu, Meretz, Labour”, l’annuncio a Rivlin, arrivato al fotofinish. Mancavano infatti solo 35 minuti alla scadenza del mandato esplorativo di Lapid. E fino all’ultimo momento tutto poteva saltare. Poi sono arrivate le ultime tre firme, quella del partito arabo Ra’am, e quelle dei due partiti di destra Yamina e New Hope, e per Lapid si è accesa la luce verde.

E così, per la prima volta dopo 12 anni, Israele potrebbe avere un governo senza il leader del Likud Benjamin Netanyahu, al potere senza interruzioni dal marzo 2009.

DENTRO L’INTESA

L’accordo per dare vita al “governo del cambiamento” – come viene chiamata il blocco costruito per sostituire Netanyahu – è stato siglato da otto partiti, che rappresentano tutto l’arco politico parlamentare israeliano. Si va dalla sinistra del Meretz che lotta per i diritti Lgbt e chiede il ritiro dagli insediamenti in Cisgiordania, alla destra di Yamina che vuole l’espansione degli insediamenti, fino al partito islamico iperconservatore Ra’am, che di diritti Lgbt non vuol sentir parlare. L’obiettivo comune è porre fine all’interminabile ciclo di elezioni interne – quattro in due anni – e mettere alla porta Netanyahu.

Il punto principale dell’accordo è la rotazione della premiership tra Lapid e il capo di Yamina Naftali Bennett. Sarà quest’ultimo a servire per primo come premier, per poi passare l’incarico tra due anni al leader di Yesh Atid, che nel frattempo sarà ministro degli Esteri.

Haaretz spiega che l’intesa tra Bennett e Lapid prevede di considerare la coalizione come divisa in “due blocchi con poteri uguali, anche se di dimensioni diverse. Il blocco di Lapid includerà Yesh Atid, Yisrael Beiteinu, Meretz e Kahol Lavan. Il blocco di Bennett, Yamina e New Hope di Gideon Sa’ar”. Ra’am non siederà nel governo, ma lo sosterrà dall’esterno.

Il blocco Lapid, formato da 45 parlamentari, dovrebbe ricevere 18 ministeri; quello di Bennett, che conta 12 parlamentari (con una possibile defezione), 8. I grandi temi ideologici rimarranno fuori da questo governo; l’obiettivo primario sarà votare un bilancio dello Stato, che manca oramai dal 2018, e sanare le fratture interne alla società israeliana, sempre più polarizzata.

LA RIVOLUZIONE ABBAS

La grande novità di questa intesa, oltre all’assenza di Netanyahu, è l’ingresso nella coalizione del partito Ra’am, guidato da Mansour Abbas. È dal 1977 che un partito arabo non appoggia un governo d’Israele. “Per la prima volta in decenni un partito arabo partecipa pienamente e apertamente al gioco politico”, scrive l’analista arabo-israeliano Afif Abu Much. E Abbas, corteggiato anche da Netanyahu, ha usato la sua posizione di ago della bilancia per assicurare benefici significativi ai cittadini arabi di Israele, che costituiscono il 20% della popolazione del Paese: dal blocco di demolizioni di case considerate abusive al riconoscimento di villaggi beduini; dallo stanziamento di ingenti fondi per il settore arabo, a ruoli di rilievo all’interno della Knesset.

Un successo, quello di Ra’am, scrive Shalom Yerushalmi sul sito israeliano Zman, che rappresenta una rivoluzione. “E i diritti di questa rivoluzione, difficile da sottovalutare nelle sue implicazioni sociali e politiche, possono essere attribuiti a Benjamin Netanyahu. – scrive Yerushalmi – Il primo ministro ha cercato a tutti i costi 61 voti per una maggioranza di coalizione e alla fine li ha trovati per qualcun altro”. Il riferimento è al tentativo dello stesso Netanyahu di ottenere l’appoggio di Ra’am per formare lui una coalizione di governo. Tentativo fallito per l’ostruzione del partito di estrema destra Sionismo religioso.

FUTURO IN BILICO PER UNA COALIZIONE FRAGILE

I media israeliani predicano calma. Non è ancora detto, avvertono, che il governo del cambiamento veda la luce. L’ostacolo più grande è il voto di fiducia alla Knesset. All’interno di Yamina almeno due parlamentari sembrano intenzionati a votare contro. E in questo caso mancherebbe la maggioranza di 61 seggi (su 120) in Parlamento. Su questo lavora Benjamin Netanyahu, che avrà a disposizione almeno 10 giorni per convincere eventuali scettici – sia dentro Yamina che nell’altro partito di destra New Hope – ad abbandonare l’intesa in cambio di posti di rilievo nel Likud.

A salvare l’esecutivo di Lapid e Bennett – che, minacciato da militanti di destra, ha ottenuto la protezione dell’intelligence israeliana – potrebbe però essere l’altra compagine araba alla Knesset, la Lista unita. Il leader Ayman Odeh ha dato la sua disponibilità di massima a garantire i voti mancanti per la fiducia. Tutte pur di non far tornare al potere Netanyahu.

È dunque evidente che questo governo non poggia su solide basi. E nessuno crede possa durare fino alla fine del mandato. Ma si tratta comunque di una scossa significativa. Di un cambiamento.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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