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Perché il nodo in Libia fra Haftar e Serraj è (anche) il ruolo dei Fratelli musulmani

di

Fayez Serraj

Le tensioni in Libia tra Haftar e Serray analizzate da Stefano Silvestri, direttore editoriale di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.

Il generale Khalifa Belqasim Haftar non ama le conferenze internazionali sulla Libia, in cui è costretto ad accettare il ruolo di primo ministro ricoperto, per volere delle Nazioni Unite, da Fayez al Sarraj, per cui fa tutto il possibile per scompigliare i giochi e dimostrare che, se c’è qualcuno che può governare il Paese, quello è lui. Se fosse vero potrebbe anche essere una soluzione, ma il problema è che nessuno ci crede veramente.

Haftar ha dalla sua molti soldi che gli arrivano dai Paesi arabi che temono il contagio dei Fratelli Musulmani, forti in Tripolitania, ma presenti un po’ ovunque nel mondo arabo, a cominciare dall’Egitto, che è il paese in cui sono nati e dove sono la maggiore opposizione al regime del generale Abd al-Fattah al-Sisi. Non a caso quest’ultimo appoggia a spada tratta Haftar.

E poi Haftar ha anche un embrione di Esercito. Nulla di che in termini assoluti: con circa 10-15.000 uomini non si conquista né tanto meno si tiene un Paese vasto e complesso come la Libia. Ma forte in termini relativi, rispetto alle singole e frammentate milizie che controllano ciascuna un pezzetto di quell’immenso territorio. Per cui può facilmente comprare o sconfiggere i suoi nemici, finché questi rimangono divisi tra loro. È più difficile invece che riesca a sconfiggerli quando si coalizzano. E comunque non è abbastanza forte per mantenere il controllo di territori ostili.

Ma può cercare di umiliare Sarraj, mandando a vuoto i piani delle Nazioni Unite. Il che significa continuare la guerra civile.

C’è un’altra ragione per cui tanti esitano a dare la loro fiducia ad Haftar. La sua campagna militare è politicamente ed ideologicamente diretta contro i Fratelli Musulmani e coloro che, in un modo o nell’altro, ad essi sono riconducibili. L’eventuale (e per ora ancora tutt’altro che certa) sconfitta di queste forze in Libia alimenterebbe potentemente le forze più estremiste e terroristiche, da al-Qaida all’Isis, già attive nel Paese.

L’opzione migliore è dunque quella, avversata da Haftar, di un accordo negoziale tra tutte le maggiori parti in causa. Ma per arrivarci è necessario imbrigliare il generale. La cosa è difficile, soprattutto perché non c’è accordo tra gli attori internazionali che oggi, pur appoggiando tutti nominalmente le Nazioni Unite, spesso e volentieri, con la mano sinistra, fanno il contrario.

L’interesse dell’Italia è evidentemente che si arrivi ad un accordo che ci permetta una buona cooperazione economica e di sicurezza con una Libia pacificata, guidata da un governo credibile. Ma l’Italia da sola non può assicurare questo risultato. Ha bisogno di alleati. Il problema è che è difficile trovarli. Anche perché la nostra politica estera, in questo periodo, è quanto mai incerta e ballerina, alla mercé di dichiarazioni o iniziative improvvisate, e spesso improvvide, dei maggiori leader della maggioranza e del governo.

Abbiamo bisogno dell’appoggio della Turchia, che non ama Haftar, ma contemporaneamente affermiamo di non volerla in Europa: affermazione tanto offensiva quanto inutile, visto che non c’è per ora alcuna possibilità di un suo ingresso nell’Unione europea.

Ci resterebbe il nostro decantato legame con gli Stati Uniti e il loro presidente. Peccato però che gli americani si siano già precipitosamente ritirati dalla Libia.

(estratto di un’analisi pubblicata su Affari internazionali; qui la versione integrale)

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