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Perché i magistrati continuano a guardarsi l’ombelico?

Olimpiadi

Come strepitano i magistrati sui referendum dei Radicali sulla giustizia. I Graffi di Damato

 

Questa volta, a dispetto delle apparenze in cui è caduto anche il manifesto preferendo titolare, sia pure in modo non molto vistoso in prima pagina, su “Salvini contro i giudici”, l’’iniziativa dell’attacco è arrivata dai magistrati con “la ferma reazione” minacciata dal presidente della loro associazione ai sei referendum sulla giustizia promossi dai leghisti e dai radicali. La cui raccolta di firme dopo il deposito dei quesiti in Cassazione, in piena estate e pandemia non ancora sconfitta, potrebbe risultare incoraggiata proprio da questa autorete del sindacato delle toghe. Quel “che fate, volete arrestarci?”, gridato praticamente in piazza in manifestazioni necessariamente politiche dai sostenitori dei referendum, com’è accaduto nel raduno promosso a Roma dalla Lega, ha colto il segno.

Sarà difficile coprire il buco con la toppa del presidente del sindacato delle toghe, Giuseppe Santalucia. Che ha detto, in una intervistina al Corriere della Sera, di avere non minacciato ma semplicemente chiesto una “ferma reazione” al comitato direttivo centrale della sua associazione, chiamato all’ennesimo dibattito sui problemi della giustizia. Che sono, o dovrebbero essere peraltro ben più ampi di quelli della categoria dei magistrati, spesso colti invece in flagranza, diciamo così, a guardarsi l’ombelico, cioè a sentirsi il centro del mondo giudiziario, privilegiando le loro questioni rispetto a tutto il resto.

Una prova ha finito involontariamente per darla lo stesso presidente dell’associazione delle toghe accusando i promotori dei sei referendum- che spaziano dalla responsabilità civile alla separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici – di volersi sostituire al Parlamento, dove si discute degli stessi temi, non per fare “da pungolo” ma per profittare della “crisi della magistratura, che non neghiamo” e “cristallizzare questa situazione” di presunto svantaggio della categoria.

Ciò potrebbe essere vero, o credibile, se i magistrati, come ha detto Santalucia al Corriere parlando di un “riconoscimento” ottenuto dalla ministra della Giustizia, fossero “collaborativi” sul serio nel confronto in corso in Parlamento e dintorni sulle riforme della giustizia, peraltro incluse nel pacchetto delle condizioni necessarie al finanziamento europeo del piano della ripresa anti o post-pandemica predisposto dal governo. Riconoscimenti sono partiti dalla ministra, in verità, in tutte le direzioni, persino ai grillini che l’hanno preceduta alla guida del dicastero della Giustizia, ma resta il fatto che, per esempio, la riforma del processo penale non è riuscita ad approdare nell’aula della Camera neppure in questo mese per i soliti rinvii causati da mancanza d’intesa. Di che cosa stiamo insomma parlando se non di parole, appunto? Che nel caso dei magistrati tuttavia sono le più temibili, cioè avvertibili come minacce, per l’uso purtroppo frequente delle funzioni che la loro minoranza più attiva ha dimostrato di voler e saper fare per sconfinare dagli argini della separazione dei poteri e tenere sotto scacco la politica.

La situazione purtroppo è talmente incancrenita che probabilmente non basterà neppure l’arma referendaria a garantire una vera via di uscita, come dimostrò sulla soglia della primavera del 1988 la legge vanificatrice del referendum stravinto dai promotori nell’autunno del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati. Forse occorrono anche modifiche alla Costituzione, con le loro complesse procedure parlamentari ed eventuale ratifica referendaria.

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