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Perché la Groenlandia è strategica per tutti

Ragioni e contraddizioni degli Stati Uniti sulla Groenlandia e sul rapporto con la Danimarca. Estratto di un’analisi di Otto Svendse, Associate Fellow del CSIS, tratta da Appunti di Stefano Feltri.

Fin dall’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha chiarito senza ambiguità la propria posizione sulla Groenlandia.

Trump ha rifiutato di escludere l’uso della forza per prendere il controllo della Groenlandia e ha affermato che la proprietà e il controllo statunitensi del territorio sono una «necessità assoluta» per ragioni di sicurezza nazionale.

Sebbene Trump avesse già avanzato ipotesi simili sull’acquisizione della Groenlandia nel 2019, le sue dichiarazioni più recenti non dovrebbero essere liquidate come semplice spacconeria.

Tentare di impadronirsi della Groenlandia, con la forza o tramite coercizione, sarebbe però un errore non necessario per l’amministrazione Trump.

Non è indispensabile dal punto di vista della sicurezza nazionale, poiché Washington può già conseguire i propri obiettivi collaborando con la Groenlandia e con la Danimarca.

Inoltre, la retorica di Trump potrebbe rivelarsi controproducente: rischia di riattivare le avances cinesi verso il territorio, di innescare strumenti di difesa commerciale dell’Unione europea e di accelerare la militarizzazione in corso dell’Artico.

Lo status delicato della Groenlandia

Le dichiarazioni di Trump hanno suscitato indignazione in tutta Europa e hanno messo in luce le fratture nel rapporto delicato tra Groenlandia e Danimarca.

Territorio semiautonomo all’interno del Regno di Danimarca, la Groenlandia fa parte della Danimarca da centinaia di anni. In passato colonia danese, il territorio è governato dal 2009 da un regime di autogoverno, sancito dalla Greenland Self-Government Act, che ha riconosciuto ai groenlandesi il diritto di dichiarare l’indipendenza dalla Danimarca tramite referendum.

In base a questa legge, il governo groenlandese di Nuuk ha acquisito il controllo della maggior parte delle politiche interne, con l’eccezione di cittadinanza, politica monetaria e affari esteri, inclusa la difesa, che restano competenza di Copenaghen.

Il rapporto tra Copenaghen e Nuuk è piuttosto teso: l’ultimo sondaggio d’opinione, del 2019, mostrava che il 67,7 per cento degli adulti groenlandesi desiderava l’indipendenza dalla Danimarca in un futuro più o meno lontano.

Tuttavia, i groenlandesi restano divisi sui tempi e sulle conseguenze che una separazione avrebbe sul tenore di vita.

La Danimarca contribuisce a oltre la metà delle entrate di bilancio della Groenlandia per finanziare occupazione, sanità e istruzione; il costo annuo del sostegno amministrativo e dei trasferimenti finanziari diretti ammonta ad almeno 700 milioni di dollari.

Una cosa è del tutto chiara: la popolazione della Groenlandia ha scarso interesse a essere “acquisita” da chiunque. Allo stesso modo, il governo danese non ha alcuna intenzione di negoziare una vendita della Groenlandia, che violerebbe probabilmente il diritto internazionale e il principio di autodeterminazione.

In una conferenza stampa congiunta con la premier danese Mette Frederiksen a Copenaghen, il leader groenlandese Múte B. Egede ha ribadito che «la Groenlandia appartiene al popolo groenlandese. Non vogliamo essere danesi, non vogliamo essere americani. Vogliamo essere groenlandesi».

Il governo danese ha fatto eco a queste parole, con Frederiksen che ha sottolineato come spetti alla Groenlandia decidere il proprio futuro.

Egede ha lasciato intendere che è in arrivo una nuova spinta indipendentista, affermando che «è arrivato il momento di compiere il prossimo passo per il nostro Paese» e di liberarsi «delle catene dell’epoca coloniale».

Mettendo da parte la questione della «proprietà e del controllo», l’affermazione di Trump secondo cui la Groenlandia sarebbe cruciale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è del tutto infondata e si basa verosimilmente su tre fattori.

Il primo riguarda la posizione strategica della Groenlandia tra la Russia e il Nord America.

La rotta più breve per un missile balistico russo diretto verso gli Stati Uniti continentali passerebbe dalla Groenlandia e dal Polo Nord. Per mitigare questa minaccia, Stati Uniti e Danimarca mantengono da decenni accordi di difesa che consentono una presenza statunitense presso la base spaziale di Pituffik (ex base aerea di Thule), nella Groenlandia nord-occidentale, che svolge missioni fondamentali di allerta missilistica, difesa antimissile e sorveglianza spaziale.

La posizione della Groenlandia è inoltre essenziale per monitorare il cosiddetto varco Groenlandia–Islanda–Regno Unito (GIUK), uno stretto navale che rappresenta una porta di accesso all’Atlantico per la Flotta del Nord russa.

Sebbene la guerra in Ucraina abbia indebolito le forze terrestri russe e messo sotto pressione la sua base industriale militare, il Cremlino continua a dare priorità agli investimenti in nuove capacità navali offensive, come la modernizzazione dei sottomarini nucleari lanciamissili balistici.

Inoltre, la Groenlandia si colloca lungo due potenziali rotte di navigazione artiche: il Passaggio a Nord-Ovest, che costeggia la costa settentrionale del Nord America, e la Rotta Transpolare, che attraversa il centro dell’Oceano Artico.

Lo scioglimento dei ghiacci artici renderà queste rotte più commercialmente praticabili, riducendo i tempi di transito e offrendo alternative a colli di bottiglia tradizionali come il Canale di Suez e quello di Panama. Secondo l’Arctic Council, il traffico marittimo nell’Artico è già aumentato del 37 per cento tra il 2013 e il 2023.

Il secondo fattore riguarda l’abbondanza di materie prime critiche e di giacimenti non esplorati di petrolio e gas.

La Groenlandia ospita 39 dei 50 minerali considerati critici per la sicurezza nazionale e la stabilità economica degli Stati Uniti, tra cui terre rare, grafite, metalli del gruppo del platino e niobio.

Diverse amministrazioni statunitensi hanno cercato di rafforzare i legami con alleati strategici per diversificare le catene di approvvigionamento minerarie e contrastare il predominio cinese. Inoltre, secondo lo U.S. Geological Survey, al largo della Groenlandia potrebbero trovarsi fino a 17,5 miliardi di barili di petrolio non scoperti e 148.000 miliardi di piedi cubi di gas naturale.

La fattibilità economica dell’esplorazione è però ostacolata dalla lontananza del territorio, dalle condizioni climatiche estreme, dalle infrastrutture carenti e da una decisione politica del 2021 di sospendere il rilascio di nuove licenze per l’esplorazione di petrolio e gas per ragioni ambientali. Tuttavia, lo scioglimento dei ghiacci e rotte marittime più accessibili stanno aumentando l’interesse di investitori e governi stranieri. Lo sviluppo di un’industria mineraria su larga scala è da tempo considerato un modo per ridurre la dipendenza economica della Groenlandia dalla Danimarca e creare condizioni più favorevoli a una futura indipendenza.

Infine, l’importanza strategica della Groenlandia giustifica gli sforzi statunitensi per impedire che la Repubblica Popolare Cinese e la Russia stabiliscano una presenza sull’isola o nelle sue vicinanze.

Negli ultimi decenni la Russia ha rafforzato in modo significativo la propria presenza militare nell’Artico, riaprendo vecchie basi sovietiche, costruendo nuove infrastrutture militari come piste di atterraggio e radar e potenziando la flotta sottomarina.

Dal 2018, quando Pechino si è autodefinita «Stato quasi artico», la Cina ha cercato di affermarsi nella regione, anche promuovendo una «Via della seta polare» che colleghi Europa e Asia orientale attraverso l’Oceano Artico.

Nel 2022, gli investimenti cinesi a nord del Circolo polare artico superavano i 90 miliardi di dollari, includendo progetti di ricerca e infrastrutture in Islanda, Finlandia e Norvegia.

Accordo o nessun accordo?

Nonostante ciò, l’acquisizione della Groenlandia dalla Danimarca rappresenterebbe una strategia subottimale per gli Stati Uniti per diversi motivi.

Su tutti e tre i fronti citati, Washington può avanzare nei propri obiettivi di sicurezza nazionale continuando la strategia di cooperazione già in atto con Groenlandia e Danimarca.

In primo luogo, il governo danese ha espresso un forte interesse a collaborare con gli Stati Uniti per «garantire i legittimi interessi americani» nell’Artico. La strategia groenlandese 2024 in materia di politica estera, sicurezza e difesa riconosce che il territorio «svolge un ruolo chiave nella difesa degli Stati Uniti contro le minacce esterne, in particolare provenienti dalla regione artica».

Il documento esprime anche il desiderio che i groenlandesi assumano un ruolo più attivo nell’esercizio della sovranità danese, partecipando al Joint Arctic Command e alla pattuglia Sirius, istituendo un’unità amministrativa presso la base di Pituffik e, in prospettiva, creando una propria guardia costiera non militare.

La Danimarca sta inoltre ampliando la propria presenza militare in Groenlandia per rispondere alle esigenze statunitensi e della NATO, come dimostra un recente accordo da 1,2 miliardi di dollari per investimenti in droni a lungo raggio, navi di ispezione e squadre con slitte trainate da cani. Sono previsti anche investimenti in un «pacchetto artico» nel prossimo bilancio della difesa, con più risorse per droni, radar e satelliti.

In secondo luogo, la proprietà della Groenlandia non è un prerequisito affinché gli Stati Uniti accedano alle sue risorse minerarie critiche. Dopo le recenti dichiarazioni di Trump, Egede ha ribadito la disponibilità della Groenlandia a rafforzare i legami minerari con Washington.

Nel 2019, Stati Uniti e Groenlandia hanno firmato un accordo per rafforzare la cooperazione nello sviluppo dei settori energetici e minerari strategici. La strategia 2024 sottolinea inoltre la volontà di rimuovere barriere commerciali per gli Stati Uniti ed espandere le relazioni con singoli Stati americani, in particolare l’Alaska e il Nord-Est degli USA.

In ogni caso, il controllo diretto statunitense non eliminerebbe le difficoltà economiche e logistiche che hanno finora paralizzato il settore minerario groenlandese. Indipendentemente dalle mosse di Trump, l’estrazione su larga scala e il trasporto transartico resteranno probabilmente poco redditizi nel breve periodo.

In terzo luogo, interessi strategici condivisi e una diplomazia efficace tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca hanno già tenuto fuori Russia e Cina dal territorio.

Negli anni Dieci la Groenlandia aveva cercato investimenti da aziende minerarie cinesi, ma la maggior parte di quei progetti è fallita o non si è mai concretizzata.

Nel 2018, pressioni diplomatiche statunitensi e il coordinamento tra Washington e Copenaghen hanno bloccato offerte cinesi per la costruzione di aeroporti e l’acquisizione di una ex base navale danese.

Poiché i tentativi di Pechino di espandere investimenti e progetti di ricerca nell’Artico nel suo complesso hanno in larga parte incontrato ostacoli, la Cina non ha avanzato iniziative significative verso la Groenlandia negli ultimi anni. La strategia groenlandese 2024 sottolinea inoltre il rischio di controllo straniero delle infrastrutture critiche, affermando che «non possiamo e non permetteremo che queste infrastrutture siano di proprietà di soggetti stranieri».

In sintesi, impadronirsi della Groenlandia sarebbe dunque inutile dal punto di vista della sicurezza nazionale. Lasciando da parte la questione della sovranità e proseguendo con l’attuale strategia di cooperazione, gli Stati Uniti possono ottenere benefici rilevanti scaricando però su Danimarca i costi elevati di gestione dell’isola.

In altre parole, lo status quo consente agli Stati Uniti di «avere la botte piena e la moglie ubriaca». Allo stesso tempo, Washington eviterebbe di dover pagare una cifra astronomica per acquisire il territorio e di garantire alla popolazione un livello di rappresentanza politica e diritti paragonabile a quello assicurato oggi dalla Danimarca. Anche le proposte più sofisticate avanzate da alcuni commentatori statunitensi – come l’idea di un Compact of Free Association con una Groenlandia indipendente – rischierebbero di rivelarsi un errore costoso. Molti, tra cui Jon Rahbek-Clemmensen del Royal Danish Defence College, lo hanno già detto in termini comprensibili anche a Trump e al suo entourage: non è necessario ed è semplicemente un cattivo affare.

(Estratto da Appunti)

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