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Perché fra Conte e Letta ci sarà cordiale concorrenza

Enrico Letta

Perché non sarà tanto placido il rapporto fra il Pd di Enrico Letta e il Movimento 5 Stelle retto da Giuseppe Conte secondo il notista politico Francesco Damato

Ironia a parte, naturalmente, non hanno poi tutti i torti quelle due donne che Enrico Letta ha appena fatto eleggere alla presidenza dei gruppi parlamentari del Pd a preoccuparsi -nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera– sul tipo di Via Crucis celebrato venerdì santo dallo stesso Letta. Che, avvolto in un saio, e rigorosamente scalzo, si porta sulle spalle lungo la salita del Golgota il Conte appeso al nulla del discorso con cui ha esordito su Facebook come capo del MoVimento 5 Stelle. Le penitenti si chiedono, in particolare più la deputata Debora Serracchiani parlandone con la senatrice Simona Malpezzi, se non sia “Giuseppe”, cioè Conte, piuttosto che Enrico, cioè Letta, l’uomo destinato alla Resurrezione.

Il rischio politico di un Pd che ha meno da guadagnare dal cantiere che il nuovo segretario si è compiaciuto di avere aperto, o ereditato da Nicola Zingaretti, col movimento pentastellato dell’eterno “garante” Beppe Grillo, c’è davvero. Lo ha esposto bene il professore Giovanni Orsina, intervistato dai giornali del gruppo Riffeser, dicendo che “Pd e nuovo movimento 5 Stelle si rubano voti a vicenda”. Pertanto è difficile pensare che da quel cantiere possa davvero uscire una coalizione impropriamente definita di centro sinistra che, recuperando tutte le distanze accumulate nelle elezioni di ogni tipo svoltesi negli ultimi tre anni dopo quelle generali del 2018, possa vincere alle prossime consultazioni politiche contro la coalizione di centrodestra. Che, pur divisa oggi tra leghisti e forzisti da una parte, imbarcatisi nel governo di Mario Draghi, e i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni dall’altra, rimasti all’opposizione per ragioni di igiene democratica, come la stessa Meloni ha spiegato, è destinata a ripresentarsi unita al rinnovo del Parlamento, come del resto lo è al governo della maggior parte delle regioni. Non dimentichiamo questo particolare, credo, non irrilevante dello scenario politico nazionale, che rimarrà tale comunque andranno a finire nell’autunno prossimo le elezioni in programma in pur importanti città come Milano e soprattutto Roma. Dove peraltro Letta, per quanti incontri cerchi di avere dentro e fuori casa, come quello di ieri con Luigi Di Maio, non essendo evidentemente bastato il colloquio con Giuseppe Conte di qualche giorno fa a due passi dal Senato, deve ancora trovare un candidato che eviti la conferma della sindaca uscente Virginia Raggi. Che, per quanto grillina, cioè appartenente al “cantiere” accennato sopra, sarebbe una clamorosa sconfitta per il Partito Democratico. O no?

Per quanto possa essere per lui imbarazzante ammetterlo, sia per il contenuto del titolo sia per il giornale sulla cui prima pagina è stato pubblicato, cioè La Verità di Maurizio Belpietro, di sapore indiscutibilmente leghista, e perciò indigesto per l’uomo tornato al Nazareno, il segretario del Pd sa benissimo che il Conte reduce dall’esordio come capo del movimento grillino in corso di rifondazione può ben essere definito con felice sarcasmo “il dottor Divago”. Così come non è campato in aria il titoletto del Quotidiano del Sud, sempre in prima pagina, secondo il quale “Letta è partito”, con tutti i suoi spostamenti fisici e verbali, “ma il Pd è fermo”.

Per fortuna Mario Draghi, con l’ampia maggioranza parlamentare di cui dispone e per la sua serietà, per quanto sfottuto quotidianamente da Marco Travaglio, che se la prende con la lingua bavosa dei sostenitori del presidente del Consiglio dimenticando quella dei nostalgici del predecessore, è alla guida del governo. E può sorridere anche di chi lo insolentisce.

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