Mondo

Perché festeggio il compleanno con la bagna cauda

di

ferlinghetti ceo capitalism

Il Cameo di Riccardo Ruggeri 

Domenica 6 dicembre festeggio il mio compleanno. Tre anni fa scoprii che avevo una forma “tigre” di carcinoma. Decisi di spaccare immediatamente la mia vita in due: 1. Avrei trattenuto per me lo “stile di vita”; 2. Avrei “delegato” in modo totale la gestione della mia “vita” a due amici professori, Dario Fontana e Umberto Ricardi. Mi sarei curato in Italia anziché in Svizzera. Ci scrissi un libro: in pratica la testa rimaneva a me, il corpo passava a loro, avevano la delega (scritta su una mail) di farne ciò che volevano. Mai avrei creduto di essere ancora vivo tre anni dopo quella scelta. Festeggio.

Come? Non con i miei nipoti, nuore, figli, come sarebbe giusto, ma noi due soli. Con un pranzo in casa (sono in lockdown volontario) di una sola portata: una bagna cauda. Ho seguito una scelta di mio papà di 75 anni fa. Scrissi nell’incipit di un mio libro “Era il 2 maggio 1945, a Torino in piazza Vittorio Veneto, in mezzo a una folla traboccante (la stessa che, esattamente sei anni prima, il 14 maggio 1939, applaudiva Benito Mussolini) con la mia famiglia festeggiammo l’ingresso degli americani liberatori. Un gigantesco sergente nero sul ponte della Gran Madre mi sorrise mentre sventolavo una bandierina americana di carta. Aveva una bocca larga, enorme. Sorrise proprio a me, regalandomi una carezza e una barretta di cioccolato, anche se ero così magro, così biondo, così bianco. Quel sergente è rimasto nel Pantheon dei miei eroi.”

Era un mercoledì, Papà decise che la domenica avremmo festeggiato la caduta del fascismo con una bagna cauda fuori stagione. Delle verdure previste dalla tradizione, stante il periodo, trovammo solo i peperoni di Carmagnola: il mitico Signor Cagliero ne aveva ancora un barilotto sott’aceto. Con fatica rispettammo il divieto assoluto di immergervi il pane, una volgarità che papà mai avrebbe permesso. Fu un pranzo memorabile, per la sua gioiosità. Il fascismo era morto. A mia insaputa, quel giorno divenni adulto.

Molti anni prima, papà aveva fatto un fioretto laico: “finché ci sarà Monsù Cerutti*” disse “rinunciamo alla bagna cauda”. In quel maggio del ’45 la bagna cauda tornò, i suoi odori sconosciuti mi avvolsero, da allora li porto con me. Era la prima volta che mangiavo una cosa diversa dal latte, dal minestrone, dal pane. La bagna cauda è un piatto avanguardista, non abbisogna dell’impiattamento. Essendo soli, mia moglie ed io abbiamo rinunciato al fojot, la mangeremo, come si usava allora, direttamente nel tegame di terracotta.

Spero che nel 2021 il “Vaccino” si porti via il “Virus”, e con lui l’impiattamento radical chic, e tutti quegli oggetti commestibili assurdi trasformati in ridicole sculture cibarie. Il grande sociologo americano Claude Fischer li chiama “OCNI” (oggetti commestibili non identificati), sono quelli che (orrore!) “si comprano e si mangiano senza guardarli”. Per fortuna non sono più costretto a subire le buffonate di questi chef-scultori: un mucchietto di “OCNI”, la solita fogliolina-bandierina (Iwo Jima style), con impercettibili escrementi di balsamico, neppure tradizionale. Kitsch in purezza.

Nella vita vera il cibo deve essere “maneggiato” in modo naturale, “ascoltato”, come succedeva quando si mangiava in cucina senza la TV: riconoscevi il sobbollire del ragù, il rosolare di un arrosto, il friggere delle acciughe, lo scoppiettio delle castagne, tutti suoni umani. Soprattutto il mangiare deve avvenire in compagnia dei tuoi famigliari, dei tuoi amici, dei tuoi amori.

Sono certo che il nostro sarà un pranzo solitario ma gioioso. Diceva Papà: la bagna cauda è un cibo plebeo, antimonarchico, da rivoltosi, di chi si oppone a un potere ignorante. Mi pare di essere tornato a quegli anni, con i capiscala, i capifabbricato, gli spioni borghesi dei nuovi Monsù Cerutti che impazzano nelle strade, nei giornali, sulle tv, vessandoci.

Sarà l’ultima mia bagna cauda prima di ripetere il fioretto laico di mio papà contro Monsù Cerutti 2.0? Lo deciderò nel 2021.

*Gli operai Fiat e i borghesi ebrei, gli unici autentici antifascisti di Torino, si rifiutavano, per disprezzo, di pronunciare il nome di Mussolini sostituendolo con Monsù Cerutti

Zafferano.news

Articoli correlati