Mondo

Tutti gli errori degli editori italiani

di

NyT

Dove sono le buone idee in Italia come quella del Nyt? Non è colpa di Internet se i protagonisti del nostro sistema editoriale si lagnano o fanno i furbi. L’intervento di Stefano Parisi

Nel film “L’inventore di favole” c’è una scena molto bella, in cui si vede la redazione di The New Republic alle prese con l’infaticabile lavoro di riscontro delle fonti che è la prima regola del buon giornalismo e il motivo per cui un giovane reporter d’assalto vedrà stroncata la sua carriera. Quando un giornale funziona, pubblicando inchieste puntuali, interviste o reportage originali, vive, quando invece annega nei retroscena con i virgolettati anonimi, nelle interviste sdraiate, nel politicamente corretto, nelle veline delle procure e nelle inutili intercettazioni, muore. Come sta accadendo purtroppo a buona parte della carta stampata in Italia. Non è vero che il giornalismo è morto, muore il giornalismo senza inchieste, senza storie, lontano dalla realtà. Oggi però sappiamo anche altro.

Per creare prodotti editoriali popolari non è più sufficiente solo la parola scritta. Contano sempre di più le immagini, insieme alla capacità di innovare e di diversificare. Ecco perché guarda al futuro del giornalismo la scelta del New York Times di produrre documentari e serie tv per Netflix, come ha raccontato Antonio Monda intervistando Paul Schrader su Repubblica. L’agile equilibrio tra innovazione digitale, cultura della immagine e contenuti di valore permette di fare un salto di paradigma a un grande, storico giornale. Oggi il pubblico vuole storie, vere, inventate, emozionanti, romantiche, agghiaccianti. Sono le storie della nostra realtà, della nostra fantasia. Il giornalismo deve tornare a scavare nella realtà, solo così si può salvare.

L’esperienza del Nyt toglie ogni scusa al piagnisteo generalizzato sulla “morte della carta stampata” che domina in Italia. Editori e giornalisti nel nostro Paese sembrano sempre più terrorizzati dalla rivoluzione tecnologica. Tutti impegnati a crocifiggere Internet organizzando convegni sulla “disintermediazione della comunicazione”, ma incapaci di scommettere sul presente per rinnovarsi e continuare a esistere in futuro. Eppure non è colpa di Internet se viviamo in un Paese dove grandi gruppi editoriali bloccano il futuro rimanendo abbarbicati a business model del passato, non è colpa di Internet se i protagonisti del nostro sistema editoriale fanno i furbi, magari cercando di strappare all’Avvocato del Popolo di casa a Palazzo Chigi qualche leggina accomodante per abbassare i tetti pubblicitari della Rai alzando il canone, in modo tale da continuare a fare soldi lamentandosi.

Siamo un Paese statalista anche in questo. Gli editori dipendono dallo Stato. Non fanno giornali liberi ma veline per compiacere il Governo  o i partiti di opposizione. E ci si adegua, scambiando per grandi scoop un WhatsApp di Casalino, oppure gli ordini di scuderia che arrivano dalle Procure. Così il pianto greco sul crollo del numero delle copie vendute continua. Del resto c’è qualcuno che crede ancora ai dati sul venduto della carta stampata? Qualcuno ha veramente il coraggio di pensare che la raccolta pubblicitaria tradizionale funzioni abbastanza da rendere sostenibile un progetto editoriale? Se mai, quando va bene e l’editore ha i contatti giusti, le aziende fanno il regalo di pubblicare qualche inserzione, sapendo benissimo – le aziende – che non gli servirà a niente. Per non dire dell’obbligo per legge della pubblicità sui giornali di gare, appalti e atti societari.

Dove sono le buone idee come quella del Nyt? Dove gli editori capaci di scommettere sulla qualità? Forse solo pochi editori, nel nostro Paese, si stanno rendendo conto che, se il piatto piange, il giornalismo deve tornare a raccontare storie, a indagare sulla realtà, riempire i canali di contenuti originali, sviluppando progetti innovativi e multimediali. In Italia abbiamo un grande tradizione di giornalismo indipendente, abbiamo avuto grandi scuole, grandi giornalisti, c’è un grande mercato dell’informazione e dell’intrattenimento. Per costruire valore bisogna avere il coraggio di seguire strade nuove. Chi avrà il coraggio di farlo?

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