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Non solo Covid. Un bilancio del semestre europeo a guida Merkel

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Merkel

Il ritratto di Angela Merkel a cura di Gianni Bessi

Chi è Angela Merkel? Alla vigilia del suo saluto al ruolo di pilastro della politica tedesca e mondiale azzardiamo un primo bilancio del nostro viaggio nello Zeitgest del vecchio continente, durante il semestre europeo a presidenza tedesca al tempo del Covid-19

Come per tutti i grandi personaggi — e neppure i suoi detrattori potranno obiettare che lei lo sia — il passato gioca un ruolo importante. La storia della cancelliera non può che confermare questo pensiero: figlia di un pastore protestante tedesco, e dunque cresciuta in un ambiente caratterizzato da valori conservatori, che decide di “emigrare” dall’ovest democratico verso l’est comunista. La passione politica è fervente fin dalla gioventù, come membro attivo del movimento socialista della Libera Gioventù Tedesca, a cui affianca un altrettanto forte passione per la scienza, spesso al centro dei suoi discorsi, tanto quelli recenti sul tema del Covid, quanto di quelli relativi a questioni ambientali. Corona il suo percorso di studi in fisica con un dottorato in chimica quantistica; ci è così facile comprendere le ragioni della dimestichezza con cui affronta complesse questioni relativi a dati e numeri.

La fiducia consapevole nella dimensione scientifica come supporto all’azione, e prima ancora alla pianificazione politica coerentemente con le possibilità offerte dalle circostanze è elemento chiave dei suoi appelli alla nazione, e forse anche parte della presa che questi hanno avuto sul popolo tedesco.

“Das madchen”, la ragazza, come veniva chiamata dal suo mentore Helmut Koll è diventata la leader della potente Cdu, l’Unione Cristiano-Democratica, dimostrando di sapersi evolvere, conciliando il retaggio protestante, con le altre confessioni tedesche, queste con le istanze socialiste e — last but not least — con un richiamo ai valori liberali.

Non stupiamoci quindi se parla sempre in prima persona plurale, i sacrifici — di cui mai ha nascosto la gravità — “vanno affrontati prima di tutto per noi stessi e per la nostra salute”, ha dichiarato nel recente discorso alla Bundestag; e solo conseguentemente per mantenere in moto l’economia e garantire i servizi essenziali. Appellandosi così ad un individualismo consapevole e responsabile che rappresenta una delle anime più forti dell’identità tedesca.

Mantenere unite istanze opposte, in una sorta di coincidentia oppositorum, usando come elemento unificante la solidità di obiettivi comuni, una pianificazione puntuale e trasparente, ed un sapiente e costante ricorso a dati chiari, reperibili e condivisibili è stata una delle chiavi del suo lungo successo istituzionale. Una capacità che l’ha resa interprete dello Zeitgeist non solo sul piano emotivo e del consenso, ma anche su quello concreto e stabile della progettualità e della scelta degli strumenti per esplicare la sua azione direzionale.

Un’altra caratteristica dell’epoca Merkel è l’atteggiamento di forte responsabilità, che non è stata immune a letture talvolta malevole, del ruolo della Germania nel panorama comunitario. La cancelliera e i suoi gabinetti in questi tre lustri di governo — recentemente con il ministro delle Finanze Olaf Scholz in primo piano – ha manifestato di concepire l’Unione europea e Bruxelles come strumento di una reale governance geopolitica, in cui Berlino sta avendo un ruolo di guida.

Tale egemonia si manifesta nella stretta sinergia con le istituzioni europee mobilitate contro la crisi pandemica. Sarebbe parziale leggere questo impegno solo perché alla loro guida ci sono personalità tedesche come la von der Leyen a capo della Commissione o l’esponente liberale Werner Hoyer alla Banca europea degli investimenti o di Klaus Regling economista e attuale direttore generale del meccanismo europeo di stabilità ma perché la Germania ha esternalizzato le sue componenti culturali – cristiano democratica, socialdemocratica, liberale e ambientalista – nelle istituzioni europee forgiando così i loro modelli di costruzione di governance.

La crisi causata dalla pandemia è stata occasione per mettere alla prova la macchina tedesca. È l’anglo-austriaco Karl Popper – mi suggerisce Filippo Onoranti – che nell’ora più buia del secolo scorso formula il principio con cui ancora oggi valutiamo le verità pratiche (come quelle proposte dalla scienza), e la cui forza dipende dal vigore con cui si è tentato di demolirle. Ebbene, Covid-19 non è certo stata una semplice scossa di assestamento e ad esso la Germania ha riposto abbandonando prontamente i dogmatismi come quello sul pareggio di bilancio.

La svolta della Germania sul mettere kaputt il pareggio di bilancio è spiegata bene dalla redazione di Start magazine: “Nell’ambito della manovra di bilancio la Germania investirà 55 miliardi nel 2021 e 48 miliardi fino al 2024”. Con una contrazione del Pil atteso vicino al 6%, nonostante che il governo federale tedesco sia intervento a più riprese con una spesa pubblica superiore ai 400 miliardi per il 2020, lo Schwarze null non sarà tra gli obiettivi in agenda fino al 2024. L’indebitamento complessivo sarà di 96,2 miliardi nel 2021 e scenderà nei prossimi anni seguendo la regola federale sullo Schwarze null di restare oltre al 0,35%. Nel 2024 la Germania prevede un debito pubblico in aumento di 5,2 miliardi di euro.

Ecco che il sincretismo tedesco tempera le istanze ordoliberiste, sempre con la regia della Cancelliera, permettendo a Berlino di versare denaro contante alle sue imprese – ma avendo cura di non fare regali a quelle situazioni che erano già in crisi prima della crisi, e calibrando con parsimonia e misura ogni più piccolo intervento di welfare – alla sua Mittelland asse portante dell’economia (e della società) dei lander tedeschi e della tenuta sociale della Grande Germania.

Tenuta sociale che riguarda tutto il vecchio continente perché “l’Europa non è qualcosa che semplicemente possediamo, ma è qualcosa che possiamo e dobbiamo formare e gestire. Europa è un ordine aperto e dinamico di pace e libertà, che dobbiamo e possiamo costantemente migliorare”. Sono le parole con cui la Merkel ha aperto la presidenza tedesca di questo importante semestre europeo al Bundestag il 19 giugno scorso e ha continuato in questi mesi a parlare le parole della verità al popolo tedesco, sul coronavirus…e per chi l’ha voluto ascoltare anche al popolo europeo.

In queste ore si profila un’ultima partita per la madre dei tedeschi: gli Stati Uniti.

Impostare questa nuova relazione con Biden e senza Trump fa pensare che sarà all’insegna di nuove aperture ma non dimentichiamoci che gli Stati Uniti difficilmente abbandoneranno senza contro partite le decisioni in difesa del loro capitalismo politico prese negli ultimi anni, come nel settore energetico o in quello della difesa.

Sarà l’ultima sfida della cancelliera? Il viaggio continua.

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