Confessiamo una nostra irriducibile perplessità sul Pnrr. Forse perché, colpa nostra, ancora non ne abbiamo capito bene il funzionamento. Temiamo si tratti soprattutto e emplicemente di un debito, di soldi presi a buffo col forte rischio che, essendo arrivati d’un colpo tutti assieme, siano più sprecati che investiti in misure capaci di stabilizzare le soluzioni perseguite o generare futuri ritorni economici. Anche perché il mondo è già indebitato quanto mai prima e il rinvio delle restituzioni dei prestiti preoccupa, con un futuro davanti che non pare finanziariamente aureo.
La lunga premessa, chiediamo scusa, mira a un punto preciso: la speranza di una svolta a Niscemi dopo “trent’anni di immobilismo”, citando da Repubblica che lamenta la mancata destinazione di fondi Pnrr per consolidare il paese siciliano. Molti fan incontra poi la proposta di dirottarci i finanziamenti del Ponte, in pratica la distrazione da un debito all’altro.
Niscemi è stata visitata ieri da Meloni, con un ritardo di 12 giorni ovviamente addebitatole dalle opposizioni, compensato però dalla premier con garanzie sulla celere assegnazione dei fondi, con il chiarimento che i primi fondi sono solo un anticipo (ma chi non l’aveva capito era in malafede) e con l’avvertenza che lo stanziamento definitivo sarà subordinato alle valutazioni tecniche. Primo e terzo punto sono in contraddizione, poiché gli esperti, entro le due settimane imposte col suo piglio energico dalla presidente, potrebbero non bastare a dare un quadro sufficientemente chiaro: “Ecco, fate così, qui, e Niscemi è salva”.
Il movimento franoso, anzi, potrebbe essere irrimediabile. Esattamente come lo sono i Campi Flegrei, per fare un confronto che pare manchi dai commenti sulla vicenda. Ma anche come la costa ligure, molto simile a quella siciliana dove abbiamo visto strade e ferrovie mangiate dal mare. Come in Emilia-Romagna, terra di magnifiche e progressiste sorti che non ha retto ad alcune eccezionali ondate di maltempo. Ma andiamo oltre, azzardiamo persino un paragone con la Groenlandia, entrata negli appetiti del mattoide della Casa Bianca dopo che il Circolo polare artico è divenuto più navigabile e quindi attenzionato dai cinesi.
Oggi in Italia abbiamo un governo tendenzialmente scettico sui cambiamenti climatici, in un quadro globale che va nella stessa direzione, dopo un periodo di ambientalismo ideologico che ha imposto premi Nobel, Oscar, Cop periodiche e colossali finanziamenti per ridurre i gas climalteranti. Preoccupandosi meno di gestire gli effetti (adattamento) anziché le cause (mitigazione). Speriamo che non si ecceda all’opposto, ignorando che bisogna fare molto, non solo qualcosa, per i pezzi del nostro territorio che vanno letteralmente a pezzi, basta guardare le mappe e le serie storiche del CNR-IRPI che riportano semplici dati di cronaca, per non dire di Ispra, secondo cui le mappe sono persino incomplete e che sintetizza parlando di un quarto dell’Italia in pericolo.
Questo molto, inoltre, va ripartito per responsabilità individuali, non per colpe di nessuno, con la soluzione dello Stato Pantalone. Si potrebbero, forse, esperire più decisamente strade come l’assicurazione e riassicurazione obbligatoria su immobili e attività produttive. E come lo sgombero delle zone a rischio eccessivo con trasferimento delle popolazioni che ci vivono. Misure non facili, decisamente impopolari, foriere di dissenso per chi le assumesse. E che quindi, temiamo, non verranno adottate quanto serve.
I buonisti paventano lo “sradicamento”, come se le vittime del dissesto fossero in quanto tali sempre tutte innocenti. A Fabio Ciciliano, il capo della Protezione civile, viene talvolta rimproverato il tono brusco, quando per esempio dice: “Qui a vivere non ci tornerete più”. Politicamente scorretto, ma razionalmente impeccabile.






