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Netanyahu, storia di un combattente

Israele

“Se sentite parlarne in giro come di un mostro (Netanyahu) di cui Israele deve sbarazzarsi al più presto, prima di annuire pensateci due volte”. Il commento di Stefano Magni per Atlantico Quotidiano

 

Come nelle ultime quattro elezioni israeliane, il partito Likud, guidato dal premier Benjamin Netanyahu ha vinto, ma non abbastanza da assicurarsi una maggioranza di governo. Ciò a causa del sistema proporzionale puro, che facilita la frammentazione della politica nello Stato ebraico. L’equilibrio estremamente delicato della società israeliana, d’altra parte, sconsiglia ogni sistema maggioritario: una maggioranza laica non potrebbe governare pacificamente sulle minoranze religiose e ortodosse, una maggioranza ebraica rischia la guerra civile se governa sulla minoranza araba senza garantirle una rappresentanza. Il proporzionale, dunque, è l’unico sistema che Israele può permettersi per continuare ad esistere come Stato coeso. Ma il prezzo da pagare, come si è visto negli ultimi due anni, è l’ingovernabilità.

In Israele e nel mondo occidentale, molti sperano che questa sia la fine del premier che ha governato più a lungo nella storia del Paese. Per la prima volta, un capo del governo è sotto processo, accusato di corruzione. Nelle piazze, la sinistra manifesta chiedendo le sue dimissioni. Alla Casa Bianca c’è un presidente, Joe Biden, che ha atteso un mese prima di chiamarlo, facendogli chiaramente intendere che non lo vuole come interlocutore. Netanyahu, da quando ha formato il suo primo esecutivo di questo secolo, nel 2009, è accusato dalla sinistra americana e dalle sinistre europee, di boicottare il processo di pace nel Medio Oriente e di volere la guerra con l’Iran. Nel secolo scorso, governò dal 1996 al 1999 e fu accusato anche allora di aver fatto naufragare gli accordi di Oslo (1993). Ai tempi di Obama l’ostilità era tale che il presidente Usa gli fece attendere lunghe anticamere e gli riservò ingressi dalla porta di servizio della Casa Bianca.

Nelle elezioni del 2015, Netanyahu era già dato per spacciato dagli osservatori internazionali. Ma con gran sorpresa (spiacevole per Obama e per l’Ue) vinse battendo il favorito Isaac Herzog. Con il presidente Trump, Netanyahu ha ritrovato un alleato solido e un amico a Washington. È stato inserito, per questo, fra i bersagli preferiti dell’odio universale contro i leader “sovranisti”. Dopo la vittoria del 2015, le opposizioni israeliane passarono dalla guerra alla guerriglia, fino alla serie di crisi di governo, dovute allo sfaldamento di maggioranze fragili, che portarono all’incredibile record di quattro elezioni in due anni, dal 2019 ad oggi. E sempre dal 2019, Netanyahu è finito anche nel mirino della magistratura.

Ma merita tutto questo odio, in patria e all’estero? Questa è una storia di ingratitudine.

Quattro elezioni in due anni stroncherebbero chiunque. Non Netanyahu, che è un combattente sin dai suoi primi anni di maturità. Entrato nelle forze speciali all’indomani della Guerra dei Sei Giorni (1967), il futuro premier combatté nella Guerra di Attrito contro l’Egitto e poi nella Guerra dello Yom Kippur (1973), conducendo ardite missioni in territorio siriano. Suo fratello, Yonathan, fu ucciso il 4 luglio 1976, nel celebre raid di Entebbe, in cui i commandos israeliani da lui guidati si spinsero fino in Uganda per liberare gli ostaggi del volo 139 Air France sequestrato da terroristi palestinesi e tedeschi. In quello stesso 1976, Netanyahu prendeva il suo dottorato al Massachusetts Institute of Technology e diventava consulente economico del Boston Consulting Group. Economia e guerra sono sempre state le due dimensioni del premier, che riassumeva la sua agenda politica in una sola frase: “Voglio proteggere Israele e liberarne l’economia”.

Sul piano della sicurezza, nonostante la fama di guerrafondaio, Netanyahu dovrà essere ricordato come il premier della pace. Chiaramente non è la pace come la intendono i Laburisti israeliani o i Democratici americani. Il premier conservatore non intende tracciare un confine adesso, ma consolidare lo status quo. Solo una volta raggiunta la pace, sul campo, solo dopo che l’attitudine della controparte araba sarà cambiata, sarà possibile anche parlare di confini. Arrivato al governo all’indomani della guerra di Gaza del 2009, contro la città controllata da Hamas ha combattuto due piccoli conflitti, nel 2012 (Operazione Colonna di Nuvola) e nel 2014 (Operazione Margine Protettivo).

Dal 2011 conduce anche una serie di piccoli raid aerei contro Hezbollah, in Libano e in Siria, per impedire che possano portare armi pesanti e soprattutto armi chimiche nei loro arsenali libanesi. Con lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, infatti, il Sud della Siria e del Libano, a ridosso della Galilea e del Golan, è diventata un’area potenzialmente esplosiva. L’abilità, più diplomatica che militare, di Netanyahu è consistita proprio nel riuscire a mantenere la pace pur essendo a ridosso di una guerra sanguinosissima, sia usando milizie locali a guardia del confine settentrionale, sia trattando con Mosca (principale alleato di Assad, dunque indirettamente anche di Hezbollah) per tenere a freno i potenziali nemici.

Gli Accordi di Abramo portano la firma di Netanyahu. E non sono cosa da poco. In tutta la sua storia Israele aveva firmato solo due trattati di pace con vicini arabi: uno con l’Egitto nel 1979 e l’altro con la Giordania nel 1994. In un solo anno, anche grazie alla mediazione dell’amministrazione Trump, Netanyahu ha firmato quattro accordi di normalizzazione delle relazioni con Emirati Arabi Uniti e Bahrein. A cui si sono aggiunti, a stretto giro di posta, anche il Sudan (sede storica della Lega Araba) e il Marocco. Potrebbe essere il preludio di una storica pace con l’Arabia Saudita. Sempre che l’amministrazione Biden (palesemente ostile sia a Israele che all’Arabia Saudita) non rovini tutto. Netanyahu ha sempre individuato nell’Iran l’unica vera minaccia esistenziale per Israele, dunque è stato più disponibile a dialogare con il mondo islamico sunnita. È soprattutto questa l’intuizione che è alla base degli accordi di pace. Ed è il motivo per cui si sente sempre meno parlare del terrorismo palestinese, che era finanziato soprattutto dai ricchi Paesi sunniti. L’Iran non ha dimostrato, finora, di avere i mezzi e i soldi necessari per sostituirvisi.

Ma l’aspetto più importante dei governi Netanyahu è quello economico. Verrà ricordato, con gran rabbia della sinistra, come l’equivalente della Thatcher del Medio Oriente. Convinto sostenitore delle idee del libero mercato, ha abbassato le tasse, ha tagliato la spesa pubblica ed ha privatizzato il privatizzabile, compresi i porti commerciali. La sua visione economica è spiegata nella metafora dell’uomo grasso (lo Stato) che siede sulla schiena dell’uomo magro (il settore privato). La sua soluzione è consistita nel far dimagrire l’uomo grasso per permettere al magro di camminare. E, a giudicare dai risultati, ha iniziato a correre. Nel 2010, primo anno del suo governo, il Pil era cresciuto quasi del 6 per cento, negli anni successivi, a parte due eccezioni (nel 2012 e nel 2016), la crescita non è mai stata inferiore al 3 per cento. Detassando le aziende dell’innovazione tecnologica, ha permesso la nascita di una seconda Silicon Valley: ribattezzata “Silicon Wadi”, sulla costa mediterranea, da Tel Aviv a Haifa. Se pensiamo all’innovazione medica, nelle nanotecnologie, nelle cybertecnologie, nella robotica e nell’intelligenza artificiale, oltre che nei settori più tradizionali della difesa e dell’agricoltura, spesso ci accorgiamo che sono tutte innovazioni provenienti da Israele negli ultimi dieci anni. Anche oggi, in piena pandemia, le cure più promettenti vengono sperimentate sempre nello Stato ebraico.

A proposito di Covid-19, Netanyahu è in testa alla classifica mondiale quanto a efficienza del piano vaccinale. Ormai i dati sulla funzionalità dei vaccini li prendiamo da Israele, unico Paese che sta rapidamente raggiungendo l’immunità di gregge. Prima che il vaccino venisse inventato, ancora ai tempi della prima ondata, in compenso, Israele era all’avanguardia nei sistemi di tracciamento dell’epidemia, assieme alla Corea del Sud.

Con tutto questo non intendiamo affatto scrivere un coccodrillo di Netanyahu, che è vivo, vegeto, ha vinto le elezioni e (magistratura e altri partiti permettendo) potrebbe anche tornare a governare ancora. Ma semplicemente, se sentite parlarne in giro come di un mostro di cui Israele deve sbarazzarsi al più presto, prima di annuire pensateci due volte.

 

Articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it

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