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Natale in casa Dolce&Gabbana

Arnese

Fatti, nomi, numeri, curiosità e polemiche. I tweet di Michele Arnese, direttore di Start, non solo su Dolce&Gabbana

 

TUTTOAPOSTO?

ENI E POSTE IN AZIONE

 

RISTORI?

 

LA NUOVA MODA DEL NATALE

 

I CRUCCI DI BOCCIA

 

LA PROSSIMA RENZATA?

 

MANCO NELLA ROMANIA DI CEAUSESCU…

 

LA ZAMPATA DI LUIS

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BREVE ESTRATTO DELL’ARTICOLO-INTERVISTA DI REPUBBLICA A DOLCE&GABBANA:

Alle feste ci tengono parecchio, ma sanno che quest’anno le cose saranno diverse. «Io non sono cresciuto con il “mito” dei regali sotto l’albero e di Babbo Natale», ricorda Domenico. «A casa mia il 24 si lavorava: mio padre faceva il sarto, doveva consegnare tutti i vestiti per le feste. C’era l’usanza per i bambini di ricevere qualcosa la notte del 31, ma nulla di paragonabile a quello che
si vede oggi. Quindi questo per me è quasi un tuffo nel passato. Onestamente? Non mi dispiace troppo».

D’accordo Stefano: «Siamo cattolici, quindi sarà un Natale molto più vicino a quello che dovrebbe essere per noi: senza sfarzo, con le persone più care e con pochi regali».  I regali: anche qui, i due sono in
sintonia. «Abbiamo già tanto di tutto, stiamo bene così, non vale la pena spendere soldi per noi», riflettono. «Quanto t’è costato? È una domanda che non sopporto, come se il valore di un dono stesse solo nel prezzo», sbotta Domenico.

«Da due anni proibisco a tutti di farmi regali, non voglio che si scialacquino soldi per me. Stavolta non avrò bisogno di dirlo, meglio così», rincara la dose Stefano. Dunque, per loro è il pensiero che conta: lo dimostra pure il modo in cui hanno passato il pomeriggio negli ultimi giorni: «Abbiamo scritto di persona tutti i nostri biglietti di auguri; ci teniamo, anche se si tratta di un impegno “aziendale”. In ufficio abbiamo tre cassetti zeppi di biglietti ricevuti assieme ai regali negli anni. Li conserviamo perché alla fine sono loro la cosa più sincera».

Restando in tema di doni più o meno significativi, tutti e due ricordano bene i primi che si sono scambiati, molti anni fa. «Quello di Stefano fu un portafogli di nylon nero di LeSportsac che mi piaceva», racconta Domenico. «Lo conservo ancora». Più travagliato il suo per Stefano. «Lui voleva il Love, il braccialetto di Cartier. Io, senza avere idea del prezzo, glielo vado a comprare. Era la prima volta che entravo in una loro boutique, mi pareva una cattedrale: saputo il costo, sono scappato. Era una somma inimmaginabile per me ai tempi. Avevo risolto con una versione low cost, per così dire: l’originale era d’oro pieno, il mio era vuoto, quindi costava un sesto. Stefano però capì subito che non era quello giusto. E s’arrabbiò pure!».

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