Forse è una delle poche volte che la notte tra il 30 e il 31 agosto – in realtà era il 31, perché già passata la mezzanotte – cade tra il sabato e la domenica. Come quella notte ormai di 28 anni fa, quando fummo risvegliati di colpo, attoniti e addolorati, la mattina successiva dallo schianto del Ponte de l’Alma. Uno di quei giorni in cui difficile dimenticare dove eravamo. Lo ho scritto nel mio libro “I Conti con Craxi” (MaleEdizioni di Monica Macchioni) e riscritto altre volte, quasi ogni anno. Ma difficile dimenticare il dolore e l’asciutta commozione di Bettino Craxi quel giorno nel suo esilio di Hammamet.
Con la prematura, tragica, scomparsa della principessa Diana, da lui premier ricevuta in Italia insieme con Carlo, il futuro re d’Inghilterra, gli apparse forse ancora più duro, chissà, quasi come un segno premonitore della sua di fine, che sarebbe avvenuta solo poco più di tre anni dopo quella domenica 31 agosto del 1997.
Era allo Sheraton in procinto di rientrare il lunedì successivo in Italia. Avevo già avuto vari colloqui con lo statista socialista sul terrazzo dell’hotel per un libro intervista sulla mancata unità a sinistra. Ancora ignara di quanto fosse accaduto, perché non avevo ancora acceso la tv e i telefonini non funzionavano come quelli di ora, andai a fare la prima colazione, per poi prendere in spiaggia l’ultimo sole. Nella sala ristorante trovai turisti italiani e inglesi che piangevano, un paio di signore siciliane che inveivano contro la Casa Reale inglese. “Ma che vi è successo?”, chiesi un po’ sbalordita. Mi risposero in coro: “È morta Diana”. Come fosse una di loro, una di noi.
Nel primo pomeriggio, sapendo che lui si addormentava molto tardi perché di notte scriveva, telefonai a Craxi. Era per un ultimo saluto prima di partire e per ringraziarlo delle litografie e serigrafie da lui realizzate che mi aveva mandato la sera prima in hotel attraverso Marcello, l’ex centralinista del Raphael della notte di Sigonella, al quale Craxi, come la figlia Stefania nel libro “All’ombra della storia” (Piemme) rivela, disse: “Mi vuole Reagan? Ah. Chiedigli prima che vuole”.
“Buon pomeriggio, presidente, allora grazie…”, gli dissi io quel 31 agosto. Craxi, che aveva da poco acceso la tv, non mi fece finire e mi interruppe bruscamente, con tono duro, così: “…ma si è capita la dinamica dell’incidente?”. Gli risposi inevitabilmente e banalmente con quello che aveva detto la tv. Pausa, uno di quei sospiri interminabili dei suoi, poi, commosso: “Povera figlia…”.
Domenica 31 agosto 1997. E l’estate terminò di colpo, in quella fine dei ’90 quando gli italiani, che omaggiavano Craxi allo Sheraton, contrariamente alla vulgata, incominciavano a risvegliarsi anche dallo schianto di un Paese devastato dalle cosiddette “mani pulite”.