La leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado attacca Delcy Rodriguez, ma Donald Trump dice che la presidente ad interim sta “cooperando” con gli Stati Uniti e che la transizione è in mano al segretario di Stato Marco Rubio, al ministro della Guerra Pete Hegseth e al vicecapo di gabinetto Stephen Miller. Comunque “non si terranno elezioni nei prossimi trenta giorni”. Intanto, alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati sparati nei pressi del palazzo presidenziale a Caracas e Nicolàs Maduro si dichiara innocente e prigioniero di guerra.
In una chiacchierata amicale, davanti a queste notizie e alle ripetute minacce verso Messico, Cuba e Groenlandia, una persona che da anni vive negli Stati Uniti e lavora in una grande organizzazione internazionale conferma quello che percepiamo noi osservatori remoti e ignoranti: le battute di Donald Trump non sono più solo tali. Gli davamo del mattoide perché dice una cosa diversa ogni giorno, ma con la chirurgica operazione venezuelana, una perfetta combine tra servizi segreti, diplomazia e militari, c’è stato un terribile salto in alto verso la realtà. Bisogna tornare ai migliori o peggiori tempi della Cia e di Nixon per trovare una regia altrettanto abile.
E adesso? “La Danimarca non è in grado di gestire Cina e Russia. Noi abbiamo bisogno della Groenlandia e l’Unione Europea ha bisogno che la gestiamo noi. Ora però parliamo di Venezuela, della Groenlandia riparliamone tra 20 giorni”, sono le dichiarazioni alla stampa di Trump a bordo dell’Air Force One del 4 gennaio.
e reazioni ufficiali diffuse tra ieri e oggi sono ovvie invocazioni del diritto internazionale. La dichiarazione congiunta di Macron, Merz, Meloni, Tusk, Sánchez, Starmer e Frederiksen conferma che la Groenlandia è del suo popolo, che la sicurezza dell’Artico è priorità per l’Europa e che per la Nato la regione artica è fondamentale. Concetti che in parte avevano già anticipato la premier danese, Starmer e la portavoce della Commissione europea Anitta Hipper, Sanchez, il portavoce di Merz e Macron.
Se gli Usa acquisissero, invadessero, annettessero l’isola verde, i leader europei si scandalizzerebbero, ma il coro di indignazione sarebbe forse meno roboante di prima del Venezuela, poiché il copione si ripeterebbe. L’UE gioca da tempo in un ruolo marginale per colpa non di Trump ma di un’Unione incerta sul piano politico, economico e militare, guidata da leader deboli, da una coalizione eterogenea e da una presidente che non doveva svolgere un altro mandato, visti i suoi scheletri nell’armadio.
Intanto Trump potrebbe recuperare consenso per le elezioni di Midterm del 3 novembre: i repubblicani perplessi non disconosceranno il suo successo e molti democratici applicheranno il “right or wrong”, un buon americano deve sempre sostenere la bandiera a stelle e strisce. Il presidente potrebbe, così, anche stabilire un ordine mondiale davvero nuovo e paradossale: il tripolarismo Usa-Russia-Cina, schiudendo ai partner le porte di Ucraina e Taiwan.
Non è detto che le cose siano così semplici. La giustizia potrebbe considerare le ragioni addotte da Maduro a proprio favore, l’India e il Giappone potrebbero mostrare i muscoli, la crisi iraniana potrebbe precipitare… Chi vivrà vedrà, nessun analista e nessun potere forte sembra in grado di condizionare né prevedere il futuro. E le sinistre woke e politically correct, in misure e modi diversi a seconda della latitudine, confermano un’inadeguatezza clamorosa. Basti vedere come si disquisisce sull’Intelligenza artificiale, che intanto procede sul crinale tra l’esplosione della sua bolla di marketing e lo smantellamento di formazione, lavoro e sanità come li abbiamo finora conosciuti.
Un accenno finale all’atteggiamento prudente dell’Italia sulle vicende venezuelana e danese, poiché qualunque parola potrebbe finire in fuorigioco immediato. Meloni ha espresso interesse per i detenuti italiani, sperando di liberare Alberto Trentini, e verso Maria Corina Machado, il che sembra opporla a Trump. Ma la premier sa che il post-Maduro affidato ai suoi infidi collaboratori è incerto e che agli Usa preme soprattutto la non semplice gestione delle riserve petrolifere. E che in questo scenario davvero nessuno sembra sapere, prevedere, capire e tanto meno poter fare nulla. L’incognita iraniana pesa come un macigno sugli equilibri planetari, con un domino che va dalla Russia a Israele, i giochi artici sono complicati dal futuro climatico e dalla navigabilità dell’area su cui, di nuovo, cinesi e russi hanno messo gli occhi da tempo.




