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Pregi e difetti della missione in Afghanistan

Missione Afghanistan

L’articolo di Michele Nones, Stefano Silvestri e Vincenzo Camporini tratto da Affari Internazionali

Duecento anni fa Carl von Clausewitz sosteneva che “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”. Se alle sue spalle non vi è una politica, una guerra non può essere vinta e, in linea di principio, non vi è alcun senso a combatterla. L’averlo dimenticato spiega in gran parte perché i Paesi occidentali hanno perso la ventennale guerra combattuta in Afghanistan e perché, in poche settimane, è crollato, senza esercitare nessuna seria resistenza, il governo che in tutto questo periodo avevamo sostenuto.

Questo principio non cambia per il fatto che alla guerra “tradizionale” si è affiancata negli ultimi trent’anni la guerra “ibrida”, con il coinvolgimento di forze irregolari e un ampio utilizzo degli attacchi terroristici (anche nel territorio dei Paesi coinvolti più o meno direttamente) fino al dilagare degli attacchi cyber. Qui non si tratta tanto di comprendere meglio le conseguenze delle evoluzioni tecnologiche (cosa comunque necessaria e difficile) quanto di riconoscere che, dalla fine della Guerra Fredda in poi abbiamo sperimentato una sorta di vuoto strategico. In molti casi gli interventi militari occidentali hanno privilegiato ragioni e esigenze tattiche di politica interna più che un disegno complessivo e condiviso di strategia politica internazionale.

Questo vuoto politico e strategico è stato favorito da una diffusa volontà di non parlare di “guerra”, ma di ristabilimento o mantenimento della pace o ricostruzione degli Stati di volta in volta coinvolti. In questi ultimi casi si è cercato di esportare ovunque il modello della democrazia occidentale come soluzione ottimale, illudendosi di poter applicare questo sistema politico a prescindere dalla loro storia e dalle caratteristiche economiche, sociali, etniche, religiose, ecc. E spesso urtando la sensibilità di parti importanti di quelle società, venendo percepiti non come “amici” intervenuti per aiutare, ma come “invasori” che impongono scelte e stili di vita non condivisi.

Nel caso afghano, quindi, la sconfitta non è stata militare, ma politica. L’iniziale obiettivo politico era stato quello di negare ai gruppi terroristici islamici la disponibilità di un territorio da cui far partire i propri attacchi e, incidentalmente, eliminare Osama bin Laden; ben presto l’obiettivo è diventato quello di cambiare un regime che aveva ospitato e alimentato tali organizzazioni terroristiche. Lo scopo avrebbe dovuto essere quello di lanciare un chiaro segnale che nessuna azione terroristica e nessun regime colluso sarebbero rimasti impuniti. Ma, come poi in Iraq, non si è capito che l’intervento militare doveva lasciare rapidamente il campo ad una soluzione politica nazionale gestita da quanti controllavano davvero il Paese (capi tribù e religiosi). Invece, si è cambiato l’obiettivo politico e ci si è fatti coinvolgere in un ventennale e costosissimo intervento di costruzione di uno Stato artificiale che, una volta tolto il supporto occidentale, si è sciolto come la neve al sole.

Tutto questo sarebbe stato facilmente prevedibile se le valutazioni sulla capacità di tenuta del governo afghano e del suo esercito fossero state più accurate. Anche gli scettici pensavano che ci sarebbe stata una certa resistenza politica e militare e che i talebani avrebbero impiegato mesi per vincere. Qualcuno pensava che, proprio per questa ragione, avrebbero potuto accettare un compromesso politico. Così non è stato, lasciando apparentemente stupiti gli stessi capi talebani che si sono trovati improvvisamente a dover gestire un intero Stato e la conseguente inevitabile crisi economica e umanitaria.

Da questa sconfitta occidentale scaturiranno molte conseguenze negative. Mentre ci si dovrà preparare ad affrontarle, è indispensabile individuare gli errori commessi e le lezioni di cui si dovrebbe fare tesoro. Alcuni punti emergono già con evidenza, altri richiederanno più tempo e una approfondita riflessione

  • Gli obiettivi politici di ogni intervento militare in un’area di crisi devono essere chiari e realistici. Devono, in altri termini, poter essere raggiunti in tempi accettabili. È necessaria una realistica valutazione delle risorse necessarie, che devono essere impiegate senza esitazioni: l’occupazione del Kosovo, poco più grande dell’Umbria, in ambiente permissivo, è stata attuata da una forza di oltre 60mila unità; nel momento del massimo sforzo in Afghanistan, grande quasi il doppio della Germania, le truppe schierate ammontavano a 140mila. Ogni operazione si dovrebbe basare sulla massima consapevolezza della realtà in cui si intende intervenire. Il sostegno di governi amici deve essere aggiuntivo e non sostitutivo. Tutti gli interventi, e soprattutto quelli volti a rafforzare la deterrenza e consolidare la stabilità internazionale, presuppongono che sia stato affrontato tempestivamente il problema del “giorno dopo”. Infine, ogni decisione andrebbe sempre accompagnata, oltre che dal necessario mandato internazionale, dalla capacità di ottenere il consenso o la neutralità degli attori internazionali interessati.
  • L’Occidente dovrebbe saper dimostrare la validità del suo sistema politico-economico-sociale sul piano del confronto senza alcuna pretesa di esportarlo e senza dimenticarsi che, come sottolineava Winston Churchill alla fine della Seconda Guerra Mondiale, “è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”. Possiamo favorire l’evoluzione dei Paesi in cui o con cui interveniamo militarmente verso un maggiore rispetto dei diritti umani nella più vasta accezione, ma rispettandone storia, cultura, tradizione. Persino quando si tratta di eliminare un “regime canaglia”, condannato ufficialmente dal sistema delle Nazioni Unite, non significa che dobbiamo impegnarci a costruire un “regime angelico”. La responsabilità di scegliere una forma di governo spetta ai cittadini del Paese interessato.
  • L’Unione europea e i suoi principali membri devono essere consapevoli che nel nuovo mondo globalizzato e multipolare possono contare solo se si muovono insieme. I pesi massimi si confrontano con i pesi massimi e i singoli Stati europei sono, invece, al massimo pesi medi e, in molti casi, leggeri. Anche nei confronti del nostro alleato americano dobbiamo saperci muovere collettivamente se vogliamo spingerlo a condividere, sostanzialmente e non solo formalmente, le sue scelte, anche dentro la Nato. In Afghanistan siamo andati anche, e forse soprattutto, per salvaguardare la coesione transatlantica e ci siamo ritirati quando gli Stati Uniti hanno deciso di farlo. Dovremmo, invece, applicare coerentemente e concretamente la EU Global Strategy e il conseguente Implementation Plan on Security and Defence del 2016.
  • L’Afghanistan non deve essere considerata un’esperienza isolata o straordinaria, e gli americani non sono certo i soli che possono prendere decisioni sbagliate. Così, ad esempio, i Paesi europei sono impegnati nel Sahel, e in un gran numero di altri Paesi africani. Malgrado le loro diversità, il perno politico attorno a cui ruotano questi impegni è quello della Francia con l’operazione Takuba (cui partecipa anche l’Italia) e con la sua capacità di tenere assieme i paesi del G5 Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad). Le crisi politiche in Mali e in Ciad stanno creando problemi e il presidente Emmanuel Macron potrebbe essere tentato di seguire l’esempio del presidente Joe Biden. Le conseguenze sarebbero disastrose per la nostra sicurezza, dall’immigrazione al terrorismo. Non dobbiamo, quindi, dare nuovo spazio alla confusione dei linguaggi: è giunto il momento di affrontare collettivamente questa problematica strategica e di prendere le decisioni conseguenti.
  • La comunità internazionale e, soprattutto i Paesi della Nato, devono farsi carico degli afghani che hanno collaborato con noi in questi venti anni. Questo comporta il riconoscimento del diritto d’asilo nei nostri Paesi con una proporzionata loro suddivisione. Se non lo facessimo, l’affidabilità occidentale sarebbe pesantemente compromessa a livello internazionale. Gli impegni devono sempre essere mantenuti, soprattutto nei confronti di quanti non hanno alternative. Non possiamo permetterci di trasformare una sconfitta politica in un disastro strategico, compromettendo tutti gli altri e futuri interventi nelle aree di crisi.

Per l’Italia si possono aggiungere tre riflessioni:

1.    Dovremmo impegnarci ulteriormente per definire con i nostri principali partner una strategia europea che tuteli, nel quadro dell’Alleanza Atlantica, la nostra sicurezza e i nostri interessi. In quest’ottica, e tenendo dei cambiamenti intervenuti sullo scenario internazionale, potrebbe essere aggiornato il Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa del 2015. Sono passati pochi anni, ma, a volte, pesano come decenni e anche la sola esperienza afghana sembra suggerire una verifica della nostra politica di difesa.

2.    La litania delle “missioni di pace” deve lasciare il posto alla consapevolezza che, per conseguire gli obiettivi politici che ci si prefiggono, le missioni militari comportano l’uso della forza: per anni i vertici militari hanno chiesto invano all’autorità politica di impiegare le capacità aeree offensive, pure disponibili; e in tutte le missioni ci si è ostinati ad utilizzare il codice militare di pace, invece che quello di guerra, indebolendo l’efficacia delle operazioni.

3.    Dobbiamo lavorare per diffondere la consapevolezza che l’impegno delle nostre Forze Armate in questi venti anni non è stato inutile. Il nostro Paese deve essere profondamente grato a tutti quanti vi hanno partecipato e, in particolare, a quanti sono deceduti o sono rimasti feriti e alle loro famiglie. Il prezzo pagato è stato elevato, ma ha aiutato il nostro Paese a conquistare rispetto e considerazione a livello internazionale, contrastando gli effetti della nostra debolezza politica sul piano interno. E anche sul piano militare, e a prescindere dal triste epilogo di questa esperienza, le nostre Forze Armate si sono comportate in modo ammirevole, coniugando l’intervento armato con una grande attenzione per la popolazione e per le sue esigenze: un modello di intervento anche per il futuro.

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