Forse con la prosecuzione delle gare di Milano-Cortina la situazione cambierà e ci concentreremo sulle medaglie azzurre, che speriamo di contare a due cifre, la prima delle quali superiore a uno. Ma per ora gli unici numeri olimpici di cui si parla sono quelli dei costi sostenuti e dei benefici attesi. Tema su cui si concentra una certa saggistica, da “Grandi operette” di Marco Ponti a “I promessi soldi. L’impatto economico dei mega-eventi in Italia” di Jérôme Massiani, cui si è aggiunto un saggio appena uscito e tendenziosamente pessimista, “Oro colato” di Luigi Casanova e Duccio Facchini (ed. Altreconomia).
Studi da cui emerge che non esiste alcuna regola né possibilità di previsione: i grandi eventi possono risolversi in catastrofi economiche, come accaduto a Montreal, o in ritorni indiretti ma ingenti di immagine, come a Siviglia. Anche in Italia abbiamo esempi molto diversi ed è difficilissimo – in meccanismi tanto complessi, dove pubblico e privato si mescolano confusamente – calcolare sia i costi sia i benefici. Incertezza che, lo vediamo con MICO, dà adito a polemiche molto accese: secondo le stime ufficiali più accreditate, anche se il dato va interpretato con molta cautela, le Olimpiadi invernali viaggiano sui 5-6 miliardi di euro, sia come spese sia come ritorni attesi. Facilissimo scivolare dall’attivo al passivo di bilancio.
Per i grandi eventi, l’Italia in Europa è terza e cresce dell’8%. Nel 2024, dice uno studio di Fondazione Fiera Milano e Aseri (Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell’Università Cattolica), si sono svolti nel nostro Paese 397 appuntamenti, il 13% del totale europeo, e Milano è al primo posto nei settori economia, management e scienze. Ma un altro aspetto molto interessante dal punto di vista socioeconomico e sottovalutato è che le manifestazioni sono comunque debitorie: i soldi vanno spesi subito mentre i benefici, se ci sono, arrivano nel tempo. Il che contraddice il funzionamento del nostro cervello, debole nelle valutazioni e reazioni differite, ma sposa perfettamente quello della nostra politica, basata sul consenso immediato e di rinvio delle responsabilità. Lo stesso meccanismo perverso agisce sulle grandi opere, Ponte sullo Stretto di Messina per tutte, di cui è impossibile calcolare vantaggi e svantaggi, che andrebbero misurati nei decenni
Questa illogicità nel decidere su grandi opere e grandi eventi è solo uno dei molti aspetti intrinsecamente patologici del potere, tema oggetto di grande interesse in questo periodo date le diffuse perplessità sulla salute mentale di Donald Trump, e aggrava un volano debitorio ormai spaventoso a livello locale, nazionale e globale. Il mondo oggi è indebitato come mai è stato prima, a guardare quanto dicono FMI, Banca Mondiale, OCSE. Il debito globale totale ammonta a oltre 320 mila miliardi di dollari, oltre il 320% del PIL mondiale, e il solo debito pubblico si aggira sui 100 mila miliardi di dollari. Livelli da dopoguerra di un conflitto mondiale, cifre da record storico, con tassi che crescono, interessi che pesano, Paesi poveri e meno poveri a rischio bancarotta. Che Dio salvi la premier e il governo, almeno su questo: migliorando il ranking italiano ci risparmiano un bel po’ di interessi da pagare.




