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Perché Merkel e Macron non russano con Putin

Merkel Macron

Che cosa cela il flop di Parigi e Berlino tendente a ristabilire contatti al massimo livello con Vladimir Putin. L’analisi di Perissich per Affari Internazionali

Sappiamo da tempo che la coppia franco-tedesca, pur restando indispensabile, non è più in grado di guidare da sola la politica dell’Unione europea. Tuttavia un flop clamoroso come quello della recente iniziativa di Parigi e Berlino tendente a ristabilire contatti al massimo livello con Vladimir Putin, non si era mai visto.

Essa non ha solo incontrato la prevedibile ostilità dei Paesi dell’Est, ma anche le esplicite reticenze di un numero importante degli altri membri. In realtà la proposta, oltre che essere maldestra e intempestiva, rischia di rivelarsi controproducente. Come se non bastasse, è anche di difficile comprensione.

Il documento franco-tedesco aveva una sua logica. Conteneva tutte le ovvie constatazioni del comportamento ostile della Russia nei nostri confronti, minacciava nuove sanzioni, ma indicava anche l’opportunità di dialogare con la Russia su un certo numero di temi di interesse comune. Tutte cose largamente condivise e anche di buon senso. Al punto da domandarsi perché un’analisi non dissimile da quella appena fornita dalla Commissione, giustificasse un’iniziativa franco-tedesca. In realtà, non dissimile tranne che su un punto: le conclusioni. I diplomatici sperimentati che ne erano gli autori a Parigi e a Berlino non potevano ignorare che l’attenzione sarebbe stata riservata esclusivamente a queste: la proposta di riprendere con la Russia i contatti al massimo livello che erano stati interrotti dopo l’annessione della Crimea.

Proposta peraltro avanzata in assenza di un qualsiasi gesto che dimostrasse una disponibilità di Putin a cambiare registro. L’unica giustificazione era di dire: “L’ha fatto Biden, perché non noi?”. Il problema è che l’incontro di Ginevra fra Putin e Biden, che comunque non ha prodotto alcun risultato tangibile, aveva soprattutto il fine di chiudere l’era Trump rendendo un certo numero di messaggi più chiari. Sulle finalità dei rinnovati incontri al massimo livello con l’Ue, plana invece una grande ambiguità.

Emmanuel Macron ha detto che il dialogo europeo con Putin deve essere “ambizioso, esigente e fedele ai nostri valori”. È una bella frase che però contiene un triangolo impossibile. Se il dialogo deve essere esigente e fedele ai nostri valori, è impossibile che sia anche ambizioso. Tutti sanno che le probabilità di ottenere da Putin concessioni importanti sulle cose che ci interessano, sono pari a zero. Come pure sono pari a zero le concessioni che possiamo ragionevolmente fare noi. Mollare l’Ucraina? Accettare la presenza russa in Libia? Alleggerire le sanzioni in cambio di cosa? Ambizioso è del resto il contrario di ciò che è stato l’incontro di Ginevra con Biden.

INIZIATIVA INTEMPESTIVA

Nel mondo reale, contrariamente a ciò che succede nei think tank, il tempismo è il principale metro di giudizio di un’iniziativa politica. Il documento franco-tedesco è caduto come un fulmine a ciel sereno alla vigilia di un Consiglio europeo dove tutto sembrava predisposto per confermare, almeno su questo punto, l’unità dell’Ue. È utile ricordare la sequenza degli avvenimenti. Pochi giorni prima, in Cornovaglia e poi al vertice Nato, gli europei e Biden avevano espresso una forte unità nella volontà di contrastare le iniziative aggressive di Putin. Inoltre, in preparazione del Consiglio Europeo, la Commissione e l’Alto rappresentante Josep Borrel avevano prodotto un testo in cui si documentava la “spirale negativa” dei rapporti fra l’Ue e la Russia. Infine, alla vigilia del Consiglio e in strana coincidenza con l’iniziativa di Parigi e Berlino, la Russia aveva compiuto atti ostili verso una nave della Royal Navy, quindi di un paese alleato anche se non più membro dell’UE, in missione nel Mar Nero.

L’incontro di Ginevra intervenuto nel frattempo non aveva peraltro apportato alcun elemento di novità. Il buon senso avrebbe dovuto suggerire che il tempismo non fosse quello giusto e che l’iniziativa avrebbe richiesto un’accurata preparazione con gli Usa, con alcuni paesi dell’est, in particolare la Polonia e i Baltici, ma anche con altri membri dell’Ue come l’Italia, i Paesi Bassi e gli scandinavi; il buon senso avrebbe suggerito anche l’Ucraina. Il risultato è quello che si è visto e ha provocato il palese malumore di Macron e Merkel in chiusura del Consiglio europeo. È raro che un’iniziativa di due Paesi così importanti venga mutilata nel comunicato finale anche di parti che in condizioni normali avrebbero potuto trovare un largo consenso.

Nessuno nega che ci siano numerose ragioni per tenere aperto il dialogo con Mosca; alcune di esse sono quelle elencate nel documento in questione. Tutti convengono sull’opportunità di evitare un eccessivo avvicinamento della Russia alla Cina. È tuttavia evidente che incontri al massimo livello sono concepibili e possono essere utili solo quando si ha in anticipo un’idea dei risultati attesi e soprattutto solo dopo un periodo di maturazione. Nessuna delle due condizioni è per il momento riunita. Il paradosso è che ora è tutto più difficile, compreso il dialogo con Putin. L’unità degli europei verso la Russia che sembrava realizzata, oggi appare compromessa tra l’altro avendo messo in un angolo i due Paesi più importanti. I mai sopiti timori americani di inaffidabilità degli alleati europei rischiano di essere risvegliati. In queste condizioni anche manifestazioni di buonsenso possono diventare regali politici a Putin.

LA POLITICA DI BERLINO VERSO MOSCA

La domanda è legittima. Se all’origine ci fosse Macron, maestro di mobilità diplomatica e non nuovo a iniziative estemporanee, una spiegazione ci sarebbe. Si ricorderà il suo tentativo, rimasto senza risultato di rilanciare il dialogo con Putin, ricevuto in Francia con tutti gli onori. Si ricorderà anche il commento attribuito ad Angela Merkel dopo una di queste iniziative estemporanee: “Mi piace prendere il te insieme a Macron, ma poi lui rompe le tazze e io devo mettere insieme i cocci”. Questa volta tutto lascia invece pensare che all’origine ci sia proprio lei, la grande maestra della prudenza e del tempismo. Purtroppo non ha rotto solo le tazze ma tutto il servizio, presumibilmente di preziosa porcellana di Meissen.

In America ma non solo c’è sempre stato un sospetto di eccessiva condiscendenza della Germania nei confronti della Russia. Basta poco per risvegliare ricordi bismarkiani, o gli accordi segreti con l’Urss negli anni ’20 per aggirare i limiti che il trattato di Versailles aveva imposto al nuovo esercito tedesco. Come pure si possono ricordare i sospetti che sorsero quando Willy Brandt lanciò la sua Ostpolitik. Con Merkel i sospetti sono largamente ingiustificati. È vero che c’è stata la pessima gestione del problema del Nord Stream 2. Si è permesso per negligenza che diventasse un simbolo della dipendenza energetica dell’Ue dalla Russia, quando in realtà loro hanno altrettanto bisogno di esportare il gas verso l’Europa quanto noi di importarlo; dipendenza del resto destinata a diminuire se il Green Deal diventasse una cosa seria. Il problema è, ed è sempre stato, quello della protezione degli interessi della Polonia e dell’Ucraina; questione che solo ora sembra essere al centro delle riflessioni tedesche. Ma è stato più un errore di gestione politica che una deviazione dalla solidarietà occidentale.

Per il resto, la politica di Merkel verso la Russia era stata finora impeccabile. Lei è notoriamente il solo leader europeo che Putin prende sul serio; il dialogo che ha costantemente intrattenuto con lui è sempre stato senza cedimenti. Senza la sua leadership difficilmente l’Ue avrebbe potuto trovare l’unità intorno alle sanzioni e agli accordi di Minsk. Tutto ciò rende ancora più difficile da capire questo passaggio a vuoto. A volte la consapevolezza di non avere molto tempo a disposizione può condurre ad accelerazioni controproducenti. La peggiore delle prospettive sarebbe ora quella di iniziative unilaterali francesi, tedesche o di entrambi. Comunque sia, ora qualcuno dovrà “rimettere insieme i cocci”. Difficile immaginare che lo facciano due governi ormai in campagna elettorale. È sicuramente un compito per la Commissione. Non è escluso che un ruolo possa spettare anche all’Italia, rafforzata dal suo ritrovato euro-atlantismo.

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