La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni, ieri alla Camera, si è tenuta all’ombra di un lunghissimo, prolisso articolo del Financial Times, uscito il giorno precedente, che prevede un 2026 all’insegna del “la va o la spacca”, “make or break year”. Prospettiva legata all’ipotesi che la premier attenda la vittoria al cosiddetto “referendum sulla magistratura” per capitalizzare il consenso e andare alle urne. Nella realtà ci sono però da considerare l’esito della consultazione, l’opzione di tirare avanti fino al record di governo più longevo della Repubblica (simbolico ma politicamente allettante), l’apertissimo cantiere su legge elettorale, premio di maggioranza con relativa soglia e premierato, la forte cautela al riguardo di Sergio Mattarella, tra paletti costituzionali e ostilità alle “scorciatoie” (verso il capo dello Stato, Meloni ieri ha ribadito la distanza con un rispetto raggelante).
Dopo aver assistito alla conferenza stampa, più che di fibrillazione, si avverte insomma una percezione di 2026 confuso e mediocre. E su questo piano cambierebbe poco, chiunque ci fosse al posto di Meloni, poiché queste caratteristiche connotano l’Italia e l’Occidente. Anche se la premier in carica, di suo, ci aggiunge stanchezza e nervosismo: comprensibili ed emersi con chiarezza nell’incontro di ieri.
In scontata sintesi, lo scenario mostra un paese e un’Europa anagraficamente vecchi, poco prolifici, al limite delle loro possibilità di sviluppo e di crescita. Specie in confronto ad aree del pianeta dove il sottosviluppo ancora apre ampli margini, grazie alla produzione industriale e all’innovazione tecnologica che da noi ormai portano soprattutto sottrazione di lavoro. Noi e i nostri pochi figli campicchiamo su tesoretti e patrimoni accumulati nei decenni scorsi, non possiamo comprare più altre automobili, né costruire case, né produrre e vendere prodotti progressivamente sostituiti da fruizioni immateriali.
È un nuovo modello di vita, al quale si accompagna un avvilente spegnimento di impulso intellettuale. E qui la differenza si marca non soltanto rispetto ai paesi in via di sviluppo come Cindia e Brics ma anche nei confronti di Usa e Russia, dove comandano due leader letteralmente folli, cioè ispirati da una neuro-divergenza che consente loro di immaginare e provare a realizzare qualunque ipotesi imperialista (ha ragione Rampini: gli Stati Uniti l’imperialismo ce l’hanno dentro, come i russi). Chez nous, in Italia e in Europa, è il poco più di nulla in termini di qualità delle pubbliche amministrazioni, di etica imprenditoriale, di imperativi, doveri, ambizioni: basti vedere gli assassini a piede libero per cavilli procedurali, i baristi di Crans-Montana finalmente arrestati, la sanità ridotta a burocrazia, gli stravaganti genitori boschivi perseguitati, l’indifferenza verso i coraggiosi manifestanti in Iran… “E pensare che c’era il pensiero” viene da dire con Giorgio Gaber.
Il duetto intrattenuto ieri da Meloni e giornalisti italiani ha posto su questo nostro roboante chiacchiericcio il sigillo di un sistema informativo ormai obsoleto, di un formato mediale ridotto al teatrino di qualche aspirante fenomeno. Qui il merito è stato soprattutto dei cronisti e delle loro domande, ridicolo quindi che Elly Schlein rimproveri alla premier l’elusione dei temi che contano davvero per i cittadini. Solo la notizia della liberazione di Alberto Trentini avrebbe potuto dare una scossa adrenalinica, ma le voci secondo cui sarebbe arrivata a incontro in corso si sono rivelate vane.




