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Mea culpa in Germania sulla Brexit

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L’articolo di Carlo Brustia, giornalista di Mf/Milano finanza, sugli errori e le scelte incoerenti della Germania che hanno influenzato la politica Ue nella Brexit rammentati dal quotidiano tedesco Handelsblatt

Il ferreo rispetto dei principi non è la prima virtù che viene in mente quando si pensa all’Unione Europea. In politica estera e durante la crisi dell’euro la Ue ha mostrato un grado di pragmatismo che anche gli euroscettici hanno imparato ad apprezzare, semplicemente perché produce risultati, anche se a un ritmo lento. Ciò rende ancora più sorprendente, sostiene Handelsblatt, il maggiore quotidiano economico tedesco, in un editoriale di Jens Münchrath, il modo in cui l’élite politica dell’Europa continentale ha affrontato uno degli eventi più importanti degli ultimi decenni: la Brexit.

Negli ultimi due anni i leader dell’Unione hanno mantenuto fermo il mantra secondo cui ci sono quattro libertà fondamentali dell’Ue inviolabili: la libera circolazione di capitali, beni, servizi e persone. Angela Merkel ripete queste libertà in ogni occasione, affermando di voler preservare l’integrità del mercato unico. Quello che non dice è che è stato il governo tedesco, con una coalizione di centrosinistra, a limitare la libera circolazione dei lavoratori polacchi e cechi per sette anni dal 2004, ai tempi dell’espansione dell’Ue verso est. Almeno a quel tempo la libertà di circolazione non sembrava così scavata nella pietra. Oggi invece l’Ue difende la libertà di circolazione e lo status del confine nordirlandese, che è anche citato come cruciale per l’integrità del mercato unico, con uno zelo missionario stupefacente.

A soli sei mesi dalla Brexit non c’è alcun segno di compromesso che possa porre le future relazioni tra Ue e Regno Unito su basi costruttive. Al contrario, l’Ue e i britannici stanno camminando come sonnambuli verso una soluzione lose-lose: una Brexit senza accordi, che viene giustamente definita caotica perché le relazioni commerciali, che sono cresciute nel corso dei decenni, verrebbero da un giorno all’altro private delle fondamenta giuridiche ed economiche.

La seconda economia più grande dell’Ue tornerebbe allo status di nazione della World Trade Organization, il che escluderebbe la concessione di vantaggi commerciali bilaterali perché l’Ue dovrebbe offrirli a tutti i membri della Wto, secondo il principio della nazione più favorita. Non c’è dubbio, sostiene Handelsblatt, che la premier britannica Theresa May abbia contribuito a questa situazione quasi senza speranza. Ha esitato a lungo prima ancora di presentare un piano-Brexit realistico. Ha passato troppo tempo a coltivare l’illusione che Brexit potesse essere raggiunta senza costi economici. «Nessun affare è meglio di un cattivo affare», aveva detto: pessimo errore. May ha in gran parte da rimproverare a se stessa il suo isolamento in quella che potrebbe rivelarsi una conferenza decisiva del partito conservatore. Chi la proteggerà dai brextremist come Boris Johnson?

La posizione intransigente dell’Ue non ha finora fatto altro che rafforzare coloro che stanno bollando qualsiasi negoziato come un tradimento del popolo britannico. Il piano Chequers di May, che si traduce essenzialmente nella libera circolazione delle merci (ma non dei servizi) e una morbida frontiera nordirlandese, può essere stato considerato inaccettabile da alcuni nell’Ue. Ma avrebbe potuto essere una base per i negoziati. Rifiutarlo bruscamente, come è stato fatto al recente vertice Ue di Salisburgo, ha fatto il gioco di Johnson. Il ragionamento alla base del rifiuto è peggiore del rifiuto stesso: l’Ue vuole evitare di creare incentivi per possibili imitazioni della Brexit. Evidentemente il percorso di uscita dall’Ue deve essere reso il più tortuoso possibile. È come se l’adesione all’Ue fosse stata obbligatoria e tutti i Paesi cercassero di scappare avendone la possibilità.

È un’ammissione di sconfitta da parte dell’orgogliosa Unione, fondata per superare le due grandi guerre della prima metà del ’900. Il blocco non è all’altezza dell’Europa sovrana rilanciata dal presidente francese Emmanuel Macron. L’Ue, che ha ragione di essere orgogliosa dei risultati ottenuti dalla sua fondazione più di 60 anni fa, si sta rendendo più piccola. Sarebbe meglio per entrambe le parti se la Brexit non si verificasse. Ma le possibilità di evitarla sono minime. E questa è una tragedia: la Ue sta perdendo un sesto della sua potenza economica, un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e la potenza militare britannica. Soprattutto, l’Europa sta perdendo una grossa fetta di cultura politica liberale, know-how democratico e diplomatico e una posizione di libero mercato. Vale la pena di lottare per questi valori, sostiene Handelsblatt, anche a costo di scendere a compromessi. Sovranità significa anche mostrare generosità nei confronti di una Gran Bretagna sempre più isolata che ha preso una strada irrimediabilmente sbagliata. A volte, conclude Handelsblatt, un rigore morale esagerato può essere dannoso tanto quanto l’assenza di morale.

 

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

 

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