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Vi spiego perché McKinsey è nella bufera in America. Il Punto di Feltri (ProMarket)

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Le ultime notizie tra finanza, consulenza e politica negli Stati Uniti commentate da Stefano Feltri, direttore di ProMarket.org, nella rubrica “Mark to Market” con il direttore di Start, Michele Arnese

Perché in America ora si discute tanto della più grande delle società di consulenza, McKinsey?

L’improvvisa popolarità di Pete Buttigieg come candidato Democratico alle presidenziali ha spinto i giornali a indagare sul suo passato. Il sindaco della cittadina di South Bend, Indiana, si presenta come un Obama bianco, religioso e gay. Come l’Obama originale, è un tipico esponente dell’élite Americana: studi ad Harvard e lavoro a McKinsey, prima di scoprire la vocazione politica e arruolarsi per l’Afghanistan. E’ cominciato un duello tra Buttigieg e i media sul suo passato da consulente McKinsey: lui ha ceduto alle pressioni del New York Times e ha rivelato la lista dei clienti a cui faceva consulenza, i giornali cercano ora di capire se ha avuto un ruolo in alcune vicende spiacevoli di cui quelle aziende sono state protagoniste (licenziamenti di massa, cartelli sul prezzo del pane ecc.). Buttigieg difende la linea di essere stato poco più di un passante, gli altri facevano il lavoro sporco, lui solo le presentazioni in power point.

Ma è una questione che riguarda soltanto Buttigieg?

Assolutamente no. Ma la connessione con Buttigieg attira l’attenzione e rende più visibili certe storie altrimenti sottovalutate. McKinsey è diventata un governo ombra, non soltanto negli Stati Uniti, che consiglia alle grandi aziende come interagire con i governi, ai governi quali servizi esternalizzare alle aziende, agli investitori in quali aziende investire, con tutti gli inevitabili conflitti di interesse che ne derivano.

Facciamo alcuni esempi.

ProPublica e il New York Times hanno rivelato, sulla base di documenti riservati, che l’amministrazione Trump si è affidata a McKinsey perfino per gestire una questione che di solito è considerata di sicurezza nazionale e non appaltabile a private: le politiche migratorie. Per un compenso stimato intorno ai 20 milioni di dollari, McKinsey ha spiegato all’Immigration and Customs Enforcement come aumentare i rimpatri di migranti irregolari. E McKinsey ha fatto quello che sa fare meglio: ha suggerito di liberare risorse per accelerare le procedure, con un drastico taglio dei costi. Che nel caso di migranti irregolari detenuti sono cibo, assistenza medica e servizi vari. Sempre ProPublica ha rivelato che la consulenza milionaria alla città di New York su come ridurre la violenza in carcere a Rikers Island era basata su numeri falsi: McKinsey sosteneva che grazie al programma che aveva elaborato gli episodi di violenza tra guardie carcerarie e detenuti si erano ridotti del 50 per cento mentre in realtà erano aumentati della stessa percentuale.

Perché nonostante questi disastri di immagine McKinsey resta così potente?

Perché le grandi società di consulenza hanno costruito un oligopolio fondato sui conflitti di interesse, gli scambi di informazione tra un settore e l’altro, la rapace capacità di usare le esperienze in un campo per fare soldi in un altro, senza altro interesse che il profitto. Matt Stoller, del think tank Open Market, ha rivelato che McKinsey riesce a farsi pagare dal governo americano tariffe incredibili, oltre 56000 dollari a settimana per un “business analyst”, un laureate triennale senza esperienza, che di quei soldi ne vede forse un ventesimo, il resto è profitto puro per McKinsey. E i suoi concorrenti non sono da meno, Boston Consulting Group si fa pagare 33000 dollari a settimana per un ragazzino appena uscito dal college. Sono prezzi che puoi ottenere soltanto quando hai costruito un mercato in cui il cliente – lo Stato – è completamente catturato in un rapporto che magari è legale, ma politicamente esecrabile. Vedremo se la visibilità di Buttigieg metterà la questione al centro del dibattito elettorale.

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