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Perché May può festeggiare solo a metà per la fiducia incassata

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Il Punto di Daniele Meloni

La stanza numero 14 della Camera dei Comuni – sede del 1922 Committee – era piena fino all’inverosimile ieri sera quando Sir Graham Brady ha annunciato l’esito della votazione del voto di fiducia nel leader del partito Tory – e Primo Ministro – Theresa May: “The party does have confidence in the leader!”, “il partito ha fiducia nel suo leader!”, sono state le prime parole di Brady. Duecento deputati conservatori si sono espressi a favore di May, 117 contro. Il Primo Ministro ha ottenuto un voto in più di quando fu eletta leader, ma il 37% del parliamentary party gli è ostile.

Lo strano mix di europeisti e brexiteers, uniti nella loro opposizione al Brexit Deal negoziato da May con Bruxelles, non è riuscito a sfiduciare il premier, né tantomeno a produrre un candidato credibile per la sua sostituzione. Per aumentare il suo consenso May, prima del voto, ha detto ai componenti del 1922 Committee che non intende presentarsi come candidato premier del partito alle prossime elezioni nel 2022.

Se la corsa alla successione può dirsi già aperta – lo era da tempo, in realtà – May deve già affrontare nuove difficoltà nel futuro più immediato. Il leader dei brexiteers, Jacob Rees-Mogg ha annunciato di avere riconosciuto il risultato di ieri sera ma ha comunque detto che, per lui, May si deve comunque dimettere da premier, in quanto il suo comportamento sullo spostamento del voto sulla brexit ai Comuni è stato “incostituzionale”. Il leader dell’opposizione invece, il laburista Jeremy Corbyn, ha annunciato una mozione di sfiducia nei confronti del governo per verificare se esiste ancora una maggioranza parlamentare.

Nel frattempo, novella Phileas Fogg, May riprende il suo giro – non del mondo, ma dell’Europa – nel tentativo di stabilire una cornice legale al backstop nordirlandese che così tanti problemi le sta creando. Già, perché se la sua vita di leader del partito Tory dipende dalla fiducia dei suoi parlamentari, la vita del suo governo dipende dall’appoggio dei 10 parlamentari del partito democratico unionista (DUP) di Arlene Foster, naturalmente tra i più interessati alla questione del backstop e dell’integrità territoriale del Regno Unito.

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