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Tutto ok con i decreti sul Certificato verde?

Governo Draghi

L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Lo scorso 23 luglio, il Presidente Sergio Mattarella non ha festeggiato soltanto il suo compleanno. Ha anche inviato una lettera ai Presidenti delle due Camere ed al Presidente del Consiglio Mario Draghi, chiedendogli di ridurre il sistematico ricorso alla decretazione d’urgenza.

Nella missiva, Mattarella denunciava il numero spropositato di decreti legge emanati da febbraio 2020 a luglio 2021 (65 contro i 31 dei 18 mesi precedenti) e la pioggia di emendamenti che li hanno snaturati, con i relativi nefasti effetti, ed invitava a modificare tale tendenza minacciando di non promulgare in futuro le leggi di conversione, con rinvio del testo alle Camere.

L’atto del Presidente è stato accolto inneggiando al guardiano della Costituzione vigile anche nell’ultimo semestre del suo settennato, nonostante sia privo del potere di scioglimento delle Camere. Il giorno dopo, Marzio Breda (quirinalista del Corriere della Sera) forniva l’interpretazione autentica osservando che “Mattarella mette agli atti la propria indisponibilità ad essere accomodante. […] infatti inserimenti di norme con queste modalità […] possono determinare incertezze interpretative, sovrapposizioni, provocando complicazioni per la vita dei cittadini e delle imprese”. Parole non casuali.

Non si era nemmeno asciugato l’inchiostro sulla lettera del Presidente che, nelle stesse ore, è apparso in Gazzetta Ufficiale il decreto legge n. 105 che ha introdotto dal 6 agosto l’uso del certificato verde per accedere a determinati luoghi ed attività. Tale decreto ha modificato il precedente decreto 52 del 22 aprile – già modificato dal decreto 65 del 18 maggio non convertito ma confluito nel decreto 52 in sede di sua conversione – in seguito convertito in legge il 17 giugno. Tutti sotto il titolo di “misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid 19”. Per chi si fosse già smarrito, si tratta esattamente del gioco di scatole cinesi contro cui Mattarella si era appena espresso ma, in meno di 24 ore, il documento del Colle non valeva più nemmeno la carta su cui era stato scritto. Come se non bastasse, è giunto venerdì scorso il decreto n. 111 che ha disposto l’utilizzo del certificato verde per il personale scolastico e universitario e per l’utilizzo di taluni mezzi di trasporto dal prossimo 1 settembre e, contemporaneamente, all’articolo 7 – sordo all’invito di Mattarella – si è occupato degli effetti dell’attacco ai sistemi informativi della Regione Lazio.

Come autorevolmente sostenuto, questi ultimi decreti appaiono censurabili non tanto con riferimento alla presenza dei requisiti di necessità ed urgenza o al necessario requisito dell’omogeneità. Vizio che solo in parte li caratterizza. Lo sfregio alla Carta ed al Colle è di altra, ben più grave, natura: è l’utilizzo dello strumento del decreto di per sé, che poi è il primo motivo di censura del Presidente. Prima stortura a cui poi fa sempre seguito un processo di conversione che genera solo incertezze, commistioni, sovrapposizioni.

Ma la scelta del decreto legge, soprattutto quando incide sull’esercizio di diritti fondamentali che richiedono un trasparente dibattito pubblico, sottrae al Parlamento gran parte del suo potere di orientamento delle scelte politiche. Non si può incidere su libertà personali e su scelte sanitarie (come la vaccinazione resa di fatto obbligatoria) che determinano conseguenze irreversibili, con una fonte per definizione instabile, passibile di modifiche in sede di conversione o di mancata conversione. Su queste materie, la riserva di legge diventa, per fatti, riserva d’assemblea. In Francia, la legge del 5 agosto, che introduce il passe sanitaire, è transitata prima dal Consiglio di Stato, dal Parlamento e dal Consiglio costituzionale. Col risultato che sono stati evitati provvedimenti sproporzionati (esentando fino al 30 settembre i minorenni con più di 12 anni) o confusionari (consentendo il controllo dei documenti solo alle forze dell’ordine).

Il Garante della privacy nel parere n. 156 del 21 aprile 2021 ha eccepito che “soltanto una legge statale può subordinare l’esercizio di determinati diritti o libertà all’esibizione di tale certificazione”.

Cosa accadrebbe se i genitori – che sono accorsi a far vaccinare i propri figli tredicenni per il timore di vedere compromessa la serenità delle vacanze famigliari o delle loro attività sportive – apprendessero che un emendamento (ne sono stati presentati migliaia) nei prossimi giorni eliminasse l’obbligo di certificato verde per tali attività? Oppure se in futuro intervenisse la Corte Costituzionale? Porterebbero i loro figli a “svaccinarsi”? O, ancora peggio, cosa accadrebbe se malauguratamente in futuro i loro figli manifestassero delle importanti reazioni avverse al vaccino? Quale tutela giuridica avrebbero?

Sotto questo aspetto, a Palazzo Chigi dovrebbero ben sapere che, per pagare i danni, basta solo raccomandare non anche imporre un obbligo formale. L’esemplare sentenza 118/2020 della Corte, emessa in piena pandemia, spiega chiaramente che: “in ambito medico, raccomandare e prescrivere sono azioni percepite come egualmente doverose […] in presenza di una effettiva campagna a favore di un determinato trattamento vaccinale, è naturale che si sviluppi negli individui un affidamento nei confronti di quanto consigliato dalle autorità sanitarie. Questa Corte ha conseguentemente riconosciuto che, in virtù degli artt. 2, 3 e 32 Cost., è necessaria la traslazione in capo alla collettività, favorita dalle scelte individuali, degli effetti dannosi che da queste eventualmente conseguano”. Perché “si impone alla collettività, un dovere di solidarietà, laddove le conseguenze negative per l’integrità psico-fisica derivino da un trattamento sanitario (obbligatorio o raccomandato che sia) effettuato nell’interesse della collettività stessa, oltre che in quello individuale”.

Il Presidente Mattarella queste cose le conosce molto bene e ci auguriamo che se ne ricordi, evitando “complicazioni per la vita dei cittadini” che, peraltro, rischierebbero di essere a carico delle casse statali. La libertà personale e le scelte sanitarie sono cose troppo serie per lasciarle ad un decreto legge.

(Versione integrata e aggiornata di un articolo pubblicato su La Verità)

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