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Marco Gervasoni, il conformismo della Luiss e lo stile degli intellettuali. Il post del prof. Alessandro Campi

di

Boccia confindustria

L’allontanamento dalla confindustriale Luiss del professor Marco Gervasoni? La mia impressione è che non si tratti più nemmeno di censura, ma di qualcosa di più sottile e grave: del prevalere del conformismo, dunque dell’uniformità delle idee, rispetto a qualunque pluralismo.  Il post di Alessandro Campi, professore di Scienza Politica nell’Università di Perugia, direttore della “Rivista di Politica” ed editorialista del “Messaggero”

Leggo dell’allontanamento coatto dalla Luiss di Marco Gervasoni, mio collega e amico, a causa delle sue posizioni in materia d’immigrazione. Se vera la notizia nei termini in cui è stata riportata, in attesa che l’università della Confindustria dia la sua versione, si tratta di una vicenda v-e-r-g-o-g-n-o-s-a, di un autentico attentato alla libertà intellettuale e di pensiero (tragicamente paradossale visto che stiamo parlando di un ateneo che si picca del titolo di liberale e dove hanno insegnato Maestri della “società aperta” quali Dario Antiseri o Luciano Pellicani).

La mia impressione è che non si tratti più nemmeno di censura, intolleranza o repressione del dissenso, ma di qualcosa di più sottile e grave: del prevalere del conformismo, dunque dell’uniformità delle idee, rispetto a qualunque pluralismo. Il mondo della cultura, a partire da quella accademica, cresce attraverso il confronto – anche aspro – tra posizioni differenti e distanti.

L’esistenza di un mainstream politico-intellettuale al quale tutti debbano attenersi, pena l’espulsione dal consorzio civile e dalla sfera pubblica, mi fa davvero orrore. Oltre al piccolo particolare che le posizioni conformi al sentimento dominante sono anche spesso quelle più inutili e noiose.

Personalmente ho sempre preferito le riflessioni eccentriche, solitarie, marginali e controcorrente, purché ovviamente sostenute dalla capacità di argomentare (il non-conformismo che è solo provocatorio lo trovo infatti egualmente inutile e noioso).

Dunque, massima solidarietà a Gervasoni. Ciò detto, proprio perché gli sono amico, vorrei anche dire che chi fa il “mestiere” del professore e dell’intellettuale pubblico ha anche precisi doveri. Deve porsi, appunto pubblicamente, in modo diverso da un politico a caccia di consensi o da un qualunque smanettatore sui social. Che sono (anzi, possono essere) un utile strumento per comunicare e dibattere, ma non è per niente detto che debbano essere impiegati come un megafono per pensieri da bar o per improperi politici.

Non è ovviamente questo il caso di Marco, ma lui sa bene, per averne parlato insieme, che il suo modo di interloquire e di prendere posizione attraverso i social mi ha spesso trovato dissenziente e perplesso: non rende peraltro giustizia alla sua intelligenza e alla sua capacità d’argomentare e pensare sui temi della storia e della politica.

Lui mi risponde che i social possono essere utilizzati proficuamente solo adottandone lo stile: brutale, secco, immediato, tranchant. Altrimenti nessuno ti legge e non sei efficace (da qui ad esempio l’inutilità di questo mio post).

Io penso al contrario che i social vadano governati e utilizzati con critica ragionevolezza per evitare che la semplificazione diventi banalizzazione e che la radicalità del pensiero (cosa buona) diventi estremismo politico (cosa pessima).

Non fosse altro – lo dico al conservatore e sovranista Gervasoni – per non mettersi al livello di quella sciatta pseudo-intellettualità di sinistra, compiaciuta del suo progressismo e dal cavalcare sempre l’onda della storia, che appunto spesso impazza sui social con le sue ‘provocazioni’ da pedagoghi e moralisti del nulla.

A destra, come mi hanno insegnato i miei mentori intellettuali, lo stile viene prima d’ogni altra cosa. Sei Marco Gervasoni, uno storico originale e di vaglia, mica lo Chef Rubio o qualche altro dei maestrini del pensiero politicamente giusto e alla moda.

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