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L’ultimo atto di Enrico Letta nel Pd

Foglio

Che cosa succede nel Pd di Letta. I Graffi di Damato

 

Senza arrivare alla spietatezza abituale di Maurizio Belpietro, che sulla sua Verità ha confessato quel “po’ di pena” che gli fa Enrico Letta, bisogna riconoscere che il segretario del Pd ha avuto sfortuna anche nella metafora con la quale ha voluto concludere l’ultima riunione dell’assemblea nazionale del partito da lui guidato, e tuttavia “costituente” del nuovo. Di cui non si sa ancora se conserverà lo stesso nome o come lo cambierà. tanto da far titolare Repubblica sulla “fronda del nome”, appunto.

La metafora sfortunata di Enrico Letta, impietosamente rimproveratagli dal Secolo XIX, è stata quella della conclusione anticipata dell’inverno e dell’inizio della primavera nella giornata più fredda di Roma. Dove l’assemblea ha discusso e approvato in tre ore un nuovo “manifesto dei valori”, liquidato però come “poca cosa” dal candidato più avanti nei sondaggi sulla corsa alla segreteria: Stefano Bonaccini.

“Un manifesto dei valori senza valore”, ha aggiunto in una intervista a Libero l’editorialista del Corriere della Sera Antonio Polito, sicuro anche lui -come tanti altri- che esso, già dichiaratamente provvisorio, potendo essere ulteriormente modificato dalla nuova assemblea del partito, è stato escogitato come un pretesto per consentire il ritorno al Nazareno di Bersani, D’Alema, Speranza ed altri  andati via nel 2017 per scappare dall’allora segretario Matteo Renzi, già indebolito di suo per la sconfitta subita nel referendum sulla sua riforma costituzionale.

In un tale e così evidente abuso di parole come “nuovo partito”, “rifondazione” e simili è alquanto esagerato anche “il funerale delle correnti” annunciato o celebrato da Repubblica. Col nuovo “manifesto dei valori” che dichiaratamente “non abroga” il precedente, nella speranza di evitare scissioni a destra minacciate dalla componente post-democristiana della formazione fondata da Veltroni nel 2017, si può  parlare più realisticamente, e modestamente, di una sopraelevazione del partito. O di un’altana, magari per ospitarvi non chissà quanti voti, recuperando almeno una parte di quelli perduti negli ultimi anni, ma qualche altra corrente, in aggiunta a quelle che si sono spartite “la ditta”  ed hanno forse suggerito il solito, felicissimo titolo di copertina dedicato dal manifesto agli attori e protagonisti del dramma dei Nazareno: “Spartiti”, appunto.

In questo contesto sa più dell’eroico che del rassegnato il San Paolo citato da Enrico Letta nel suo discorso di commiato dall’assemblea nazionale uscente per dire, “amarezze e ingenerosità” a parte, da chiudere in un cassetto in soffitta a casa sua: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa”. Il Corriere della Sera con questa citazione gli ha in qualche modo reso gli onori del titolo pur non vistoso in prima pagina.

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