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Lo sapete che l’Ue sulla giustizia promuove Cartabia e boccia Gratteri?

Un recente rapporto Ue è un assist prezioso alla riforma predisposta dal ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Ecco perché. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

 

L’Unione europea non è mai tenera con l’Italia in materia di riforme. Le raccomandazioni che, ogni anno, Bruxelles spedisce a Roma sono quasi sempre un lungo elenco, ben documentato, di promesse fatte e non mantenute dai vari governi. È così da molti anni, soprattutto per le mancate riforme in campo economico. Lo stesso tono di severo rimprovero caratterizza anche il capitolo dedicato alla giustizia italiana nel primo rapporto Ue sullo Stato di diritto, pubblicato poco prima dell’insediamento del governo di Mario Draghi.

La radiografia del nostro sistema giudiziario è molto ampia, e prende atto degli aspetti giudicati positivi e negativi. Tra i primi, sottolinea «un solido quadro legislativo per salvaguardare l’indipendenza della magistratura, compresa l’indipendenza dei pubblici ministeri». Ma poi elenca numerosi difetti, primo fra tutti la lungaggine dei processi, vera palla al piede del sistema Italia. Da qui l’ennesimo invito a una riforma della giustizia che renda veloci i processi, e ad approvarla in tempi brevi. Tempi che, dopo i tanti rinvii del passato, sono ora indicati in modo tassativo nel Pnrr di Mario Draghi, approvato da Bruxelles: entro quest’anno.

Di fatto, il rapporto Ue è un assist prezioso alla riforma predisposta dal ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Di riflesso, se riletto con attenzione, esso costituisce una bocciatura della tesi con cui il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sta cercando di ostacolarla. Per Gratteri, tagliare i tempi dei processi rischia di rendere «improcedibili il 50% dei processi, rendendo più conveniente delinquere e mettendo in pericolo la sicurezza nazionale». Per l’Ue è vero l’esatto contrario: ciò che in Italia favorisce una serie di reati, soprattutto la corruzione, è il malfunzionamento della macchina giudiziaria, i tempi lunghi della giustizia. Un’anomalia grave rispetto alla media europea, sulla cui responsabilità i magistrati più in vista, quelli che frequentano abitualmente i talk-show in tv, preferiscono tacere o giocare allo scaricabarile.

In tema di efficienza, il rapporto Ue afferma: «Il sistema giudiziario italiano continua a sperimentare gravi sfide relative alla durata dei procedimenti. Nel settore civile, il tempo stimato necessario per risolvere i casi di controversie civili e commerciali rimane tra i più elevati nell’Ue. L’Italia rimane sotto il controllo rafforzato del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa anche per quanto riguarda la durata dei procedimenti penali». La riforma Cartabia, fissando tempi certi, entro i quali i diversi gradi di giudizio vanno conclusi con una sentenza, oltre a indicare nuovi limiti temporanei per la prescrizione, risponde a queste sollecitazioni dell’Unione europea.

Capitolo corruzione. Il rapporto Ue ricorda che, nella sua percezione come problema sociale, l’Italia è al 15.mo posto in Europa e al 51.mo a livello mondiale. Posti non esaltanti, che trovano conferma nei dati dell’Eurobarometro 2020: l’88% degli italiani considera diffusa la corruzione (media Ue 71%), il 35% se ne sente personalmente colpito nella vita quotidiana (media Ue 26%). Quanto alle imprese, il 91% ritiene che la corruzione sia diffusa (media Ue 63%), il 54% ritiene che costituisca un problema quando si fanno affari (media Ue 37%), e appena il 25% ritiene che le persone e le imprese arrestate per avere corrotto un alto funzionario pubblico siano adeguatamente punite (media Ue 31%).

Di fronte alla gravità del problema, il rapporto Ue sostiene che «gli sforzi per combattere la corruzione continuano ad essere ostacolati dai tempi eccessivi dei procedimenti. In particolare, a livello di appello». Un passaggio, quest’ultimo, a favore dei tempi certi del processo indicati dalla riforma Cartabia, la quale, in risposta a Gratteri, ha precisato che i reati di mafia e terrorismo non andranno in prescrizione.

Più avanti, il rapporto Ue riconosce tuttavia che l’Italia ha fatto passi avanti nel contrasto della corruzione: «Recentemente sono stati introdotti livelli più elevati di sanzioni per quasi tutti i reati di corruzione attiva e passiva di funzionari nazionali e stranieri. È stato rafforzato anche il regime di sanzioni accessorie, estendendo l’interdizione per tutta la vita e il divieto di detenere pubblici uffici per un’ampia gamma di reati di corruzione. Il regime italiano di recupero patrimoniale, che comprende sia la confisca basata su condanne che la confisca senza condanna, è ampiamente riconosciuto come una buona pratica a livello internazionale».

Il documento della Commissione Ue ricorda che «i poteri e la capacità dell’Autorità anticorruzione (Anac) sono stati rafforzati per quanto riguarda il suo ruolo preventivo nella lotta alla corruzione». Un fatto positivo, sostiene, a cui accompagna però un critica severa contro il nuovo codice degli appalti, che sembra ispirata dalla stessa Anac, i cui poteri sono stati limitati rispetto al passato in quanto le procedure burocratiche, per giudizio unanime dettato dall’esperienza, rallentavano gli appalti di ogni tipo, fino ad impedirne l’esecuzione.

Afferma il rapporto Ue: «Il decreto legge sulle misure di semplificazione amministrativa e digitalizzazione adottato nel luglio 2020 ha introdotto anche un regime speciale per l’affidamento degli appalti pubblici. Le misure vertono su procedure rapide e aggiudicazioni dirette, senza concorso ufficiale, su procedure di aggiudicazione semplificate e su sanzioni per chi sospende o rallenta l’affidamento e l’esecuzione dei lavori pubblici, tutte cose che rischiano di favorire la corruzione».

Un giudizio di cui, per fortuna, il governo Draghi non sta tenendo il minimo conto: rallentare gli appalti con gli intralci burocratici preventivi, tipici del passato, comporterebbe l’affondamento dell’intero piano nazionale per la ripresa dell’economia.

Articolo pubblicato su Italiaoggi.it

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