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Lo sapete che in Germania si parla di una bomba nucleare tedesca?

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L’articolo di Tino Oldani, firma del quotidiano Italia Oggi

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di creare un esercito europeo a guida francese. Lo ha fatto pochi giorni prima di sfilare nella solenne marcia dei 70 capi di stato che, a Parigi, hanno celebrato il centenario della fine della prima guerra mondiale. E le reazioni sono state immediate. Il presidente Usa, Donald Trump, ha definito «un insulto» questa proposta, e ribadito un monito a cui tiene molto: «L’Europa dovrebbe prima pagare la sua giusta quota alla Nato».

Al contrario, piantando con piacere un cuneo nell’alleanza atlantica, che gli è ostile, Vladimir Putin ha giudicato «sensata e positiva» l’idea di Macron. Nessun commento, invece, da parte di Angela Merkel, che da quando ha annunciato la propria exit strategy evita con cura ogni polemica, tanto che nel suo discorso a Parigi ha scelto di sottolineare l’importanza del «progetto europeo di pace».

Dietro queste dichiarazioni ufficiali, tuttavia, c’è ben altro. Come spiega l’ultimo numero di German Foreign Policy, c’è soprattutto il dibattito, in corso tra gli specialisti tedeschi del settore difesa, sull’ipotesi di trasformare la Germania in una potenza nucleare, superando i veti imposti da una serie di trattati. Un dibattito molto serio, lanciato per la prima volta un anno fa (marzo 2017) non da un giornale sensazionalistico come la Bild, bensì dalla Faz (Frankfurter Allgemanine Zeitung), quotidiano conservatore della borghesia tedesca, come risposta a Trump, il quale subito dopo l’elezione aveva parlato di «Nato obsoleta, che funziona solo se ci siamo noi americani».

A parte la Bild, che cavalcò subito la proposta della Faz, ricordando che «in Russia vi sono 7 mila bombe atomiche, mentre in Europa ve ne sono appena 512», per un anno in Germania nessuno ha più osato parlare di riarmo e di bombe atomiche. Un tema che negli ultimi mesi è stato però ripreso da testate autorevoli come Die Welt (1 agosto 2018) e Handelsblatt (8 agosto), a cui ha fatto seguito l’ultimo numero di Internationale Politik, con un articolo scritto da Michael Ruhle, dirigente Nato di lungo corso. In buona sostanza, in questo dibattito si confrontano due linee: da un lato chi sostiene che la Germania dovrebbe assurgere al ruolo di potenza nucleare; dall’altro chi ritiene una simile mossa destabilizzante per gli equilibri europei, e per questo propone una maggiore integrazione con le altre forze armate europee.

Di certo, gli accordi internazionali non aiutano il fronte bombarolo nazionalista. Il nuovo Trattato per la proibizione delle armi nucleari, elaborato nell’ambito delle Nazioni unite, vieta di «sviluppare, fabbricare, provare, possedere, immagazzinare, trasferire o utilizzare ogni arma atomica». Il 20 settembre 2017 l’assemblea generale dell’Onu ha sottoposto il trattato ai paesi membri per la firma. Finora, solo 69 stati l’hanno firmato, e appena 19 l’hanno ratificato in sede parlamentare. Perché il Trattato entri in vigore, si dovrà attendere la ratifica di almeno 50 stati. In Europa, soltanto quattro paesi risultano firmatari: Austria, Irlanda, Liechtenstein e Vaticano. Un numero esiguo, che difficilmente aumenterà: infatti neppure uno tra i paesi Nato sostiene questo trattato.

Il motivo è presto detto. La Nato, scrive Michael Ruhle, dirigente tedesco del dipartimento sicurezza dell’alleanza atlantica, «secondo il parere di tutti i suoi alleati, dovrà rimanere un’alleanza nucleare fino a quando esisteranno le armi nucleari». Tuttavia, poiché «i dubbi circa l’affidabilità degli Stati Uniti come alleato dell’Europa permarranno anche in futuro, la classe politica della Repubblica federale tedesca deve tornare a prendere la parola in merito alle questioni nucleari». Sia chiaro, precisa: ciò non significa che la Germania deve dotarsi di una propria arma nucleare. A questa ipotesi, Ruhle si dice fermamente contrario. Ma non esclude che il problema possa essere risolto per altra via, la cui individuazione spetta alla classe politica.

Sulla stessa linea si è schierato il politologo Christian Hacke su Die Welt: dopo gli attacchi di Donald Trump alla Germania, i tedeschi dovrebbero dotarsi di una propria deterrenza nucleare, indipendente dagli americani, ripensando in modo radicale la politica della sicurezza. Ma senza arrivare a una «bomba tedesca», a cui Hacke si dice contrario, senza però spiegare in dettaglio come costruire la deterrenza nucleare.

Quest’ultimo passo lo fa invece Wolfgang Ischinger, capo della Conferenza per la sicurezza di Monaco di Baviera, autore di un fondamentale articolo su Handelsblatt. Dopo avere elencato «tutte le buone ragioni per cui l’opzione nucleare sarebbe imprudente per la Germania», Ischinger pone un quesito politico ineludibile: «Se la Germania dovesse uscire dallo stato di potenza non nucleare, cosa potrebbe impedire alla Turchia o alla Polonia di seguirne l’esempio? La Germania sarebbe il becchino del regime internazionale di non proliferazione».

Ci sono modi più intelligenti, aggiunge, per costruire la deterrenza: «Per esempio, la Francia potrebbe essere disponibile prendere in considerazione l’idea di svolgere un ruolo esteso nella deterrenza nucleare, assieme a quello degli Stati Uniti e del Regno Unito, dentro la Nato. Anche se ciò richiederebbe un riorientamento fondamentale e una europeizzazione della strategia nucleare francese, la Germania e gli altri partner europei potrebbero offrire dei contributi finanziari per un’iniziativa come questa, nel contesto di una futura unione di difesa europea con una componente nucleare».

Insomma, estendere l’asse franco-tedesco, che finora ha funzionato per le questioni economiche, anche a quelle della difesa e al nucleare, obbligando gli altri paesi Ue ad accodarsi, mettendo mano al portafogli. Et voilà: l’esercito europeo di Macron sarebbe cosa fatta. Soprattutto se l’Italia e gli altri paesi Ue continueranno a fare da tappetino, magari solleciti nella propaganda anti Ue, ma sempre deboli nel confronto sulle strategie europee.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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