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Gruber

Il comizietto di Lilli Gruber

Che cosa ha detto Lilli Gruber ad Aldo Cazzullo del Corriere della sera. I Graffi di Damato.

A sua insaputa – credo – Lilli Gruber in una intervista al Corriere della Sera promozionale del suo ritorno stagionale nel salotto televisivo de La7, dove pare che la segua con una certa, insolita soggezione il comune editore Ubaldo Cairo, ha liquidato la Rai come il compianto Guido Carli l’Unione Sovietica dopo una missione di fiducia, e molto personale, affidatagli quand’era ministro del Tesoro dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, giunto al suo settimo e ultimo governo.

“Irriformabile” disse Carli ad Andreotti dell’ancora Urss dopo avere esaminato sul posto effetti e prospettive della perestrojka, glasnost e altro ancora di Mikhail Gorbaciov. Su cui il predecessore di Andreotti a Palazzo Chigi e ancora segretario della Dc Ciriaco De Mita aveva scommesso tanto, dopo un viaggio a Mosca anche con la famiglia, da proporsi la rimozione di Sergio Romano da ambasciatore al Cremlino per averne ricevuto inviti ad una certa diffidenza, o solo prudenza, nell’approccio col Cremlino e dintorni.

LA RAI È “IRRIFORMABILE”, DICE GRUBER

“Irriformabile” ha detto la Gruber dell’azienda pubblica radiotelevisiva protetta dal cavallo morente di Francesco Messina ad Aldo Cazzullo che le aveva chiesto, anche per avervi lavorato in tanti degli anni passati: “In Rai la destra ha fatto né più né meno quel che faceva la sinistra? O ha fatto peggio?”. Irriformabile la Rai e “insaziabile la politica” che ne dispone, ancora più sfacciatamente e unilateralmente di prima da quando Matteo Renzi – ha ricordato Lilli, Dietilde per l’anagrafe – profittò del suo passaggio a Palazzo Chigi per restituirne il controllo al governo, dal Parlamento al quale i suoi predecessori avevano cercato di affidarla.

IL PATTO TRA MELONI E MARINA BERLUSCONI?

Quasi per rafforzare il suo giudizio di irriformabilità, cioè per aggravarlo, la Gruber si è doluta di aver dovuto apprendere, leggendo i giornali che hanno la fortuna di informarla, che “Giorgia Meloni avrebbe stretto un patto con Marina Berlusconi per tutelare le aziende di famiglia”, concorrenti della Rai sotto il segno del biscione. “I cittadini che pagano il canone meriterebbero uno spettacolo più decoroso. E finalmente una legge sul conflitto di interessi”, ha osservato la conduttrice di Otto e mezzo con tono un po’ – mi perdoni la irriverenza – di “comiziante”, come lei stessa ha voluto dire di Giorgia Meloni parlandone di prima e dopo l’arrivo alla guida del governo, per la prima volta al femminile e di destra dichiarata, anzi dichiaratissima. E anche un po’ troppo familistica per i gusti della mia autorevolissima e bella collega.

Incalzata amichevolmente da un Cazzullo spintosi a ricordarle che “anche di Lei dicono che sia un po’ troppo di sinistra, o comunque anti-governativa”, persino forse – sospetto – nella conduzione a volte sbrigativa della sua trasmissione o nella scelta dei colleghi più frequentemente invitati, la Gruber ha detto, testuale: “Più che l’etichetta di destra o sinistra, di un giornalista credo che vada evidenziato se fa o no tutte le domande, si attiene ai fatti o cerca di manipolare il racconto, se fa da grancassa alla propaganda o se cerca di smontarla. Questo conta alla fine, se parliamo di giornalismo”. Vero, anzi verissimo, per carità.

A questo punto, tuttavia, cedo alla tentazione di chiedermi – senza volere osare chiederlo a lei direttamente in una intervista che non le ho chiesto, e che probabilmente neppure merito- se quel “patto” della Meloni con Marina Berlusconi “per tutelare le aziende” di quest’ultima non sia catalogabile come manipolazione di un racconto da parte dei giornali ai quali ha alluso la Gruber parlando delle sue letture, e in qualche modo accreditandole.

Potrei spingermi a chiedere, a proposito di racconti manipolati e manipolabili, stavolta riferendomi non tanto alla Gruber quanto ai giornali che di solito la informano, di destra o di sinistra che siano, se non è manipolato anche il sospetto che ho letto o avvertito da qualche parte che sia riconducibile alla strategia di difesa delle televisioni del Biscione ai danni della Rai la campagna d’acquisti che ha portato, per esempio, la figlia di Enrico Berlinguer con la sua Carta Bianca a Rete 4 e dintorni. Dove l’interessata ha potuto appena scoprire e testimoniare, in una intervista sempre all’ospitalissimo Corriere della Sera, che i partiti non contano, neppure quello che vive delle fideiussioni di Berlusconi ereditate dai figli.

D’altronde, Bianca Berlusconi non è la prima ad avere scoperto e provato il biscione come una riedizione – fatte le debite proporzioni, naturalmente – dell’ombrello della Nato sotto il quale suo padre a metà degli anni Settanta dichiarò di sentirsi più protetto, più sicuro nella sua ricerca di autonomia del comunismo italiano da quello sovietico. Anche al buon Michele Santoro capitò di lavorare bene, se non meglio, sotto quell’ombrello lasciando la Rai. Corsi e ricorsi.

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