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Libia

Cosa deve fare l’Italia per la Libia

Dopo il disastro di Derna, ci sono quattro cose che l'Italia e l'Unione europea devono fare per la Libia. L'intervento di Marco Mayer.

 

Ahmed Madroud, vice sindaco di Derna (Libia), ha dichiarato stamani ad Al Jazeera che le dighe crollate del Wadi che sovrastavano la città erano prive di manutenzione dal lontano 2002.

Nel più recente articolo scientifico, pubblicato nel novembre 2022 su una rivista specializzata dell’università libica di Sebha, si evidenzia l’ alto rischio di alluvioni nel bacino idrico del Wadi Derna. Si segnalano, inoltre, le necessità di misure di manutenzione nonché di interventi di forestazione per contrastare gli avanzati processi di desertificazione per il cambiamento climatico.

Scorrendo la bibliografia, fa impressione leggere che il tema è stato affrontato negli ultimi quarant’anni da diverse pubblicazioni scientifiche e dallo stesso ministero libico dell’Agricoltura (dal 1986). Il primo rapporto (Protection of Derna) è dell’azienda costruttrice che ha creato la diga nel quinquennio 1972-77, quando l’impresa serba Hidroenergetika all’epoca era in Jugoslavia.

COSA DEVE FARE L’ITALIA (E NON SOLO) PER LA LIBIA

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto colloqui telefonici con il premier libico Daibaba e con il Generale Haftar.

La necessità immediata è quella di un massiccio e coordinato aiuto internazionale d’emergenza in cui l’Italia insieme ad altri paesi è impegnata, come ho sottolineato sul blog Pensare Libero.

Contemporaneamente, ci sono altre tre direzioni importanti verso cui l’Italia, la UE e la comunità internazionale dovrebbero muoversi.

La prima è contribuire alla ricostruzione di Derna e delle altre zone colpite, dotando la Libia (e la Cirenaica) in particolare di moderne infrastrutture di regimazione delle risorse idro-geologiche nonché dei georadar più avanzati per il monitoraggio, insieme ad altre misure di early warning.

La seconda è quella di mettere in atto confidence building measures (CMSs) per evitare che la tragedia di questi giorni produca – come già accaduto ad Haiti per il terremoto in Sri Lanka per lo tsunami – un inasprimento dei conflitti violenti interni (di carattere etno-politico e/o religioso). Per quanto riguarda la Libia, basti pensare al conflitto tra le diverse élite politiche e leaderships tribali che si contendono il controllo del territorio (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan).

La terza, infine, è non dimenticare la bruttissima pagina della “diplomazia dei vaccini”, quando Russia e Cina si sono illuse di poter approfittare della pandemia per allargare la loro influenza a livello globale.

UNA SFIDA GRANDE CHE BISOGNA VINCERE

Per la nostra diplomazia e per gli attori non governativi italiani impegnati nella multitrack diplomacy (come la comunità di Sant’ Egidio in Mozambico) si prospetta una grande sfida.

Vincerla è essenziale anche per la nostra sicurezza, purché si alzi il livello del contrasto ai traffici illegali di ogni tipo.

La tragedia di Cutro ci ricorda che gli scafisti sono solo l’ultimo anello della catena. Le operazioni di polizia sulle spiagge servono molto alle campagne elettorali, ma per ragioni strutturali non possono incidere più di tanto.

Sinora ciò che è mancata la capacità è di procedere following the money cercando di colpire i vertici delle organizzazioni criminali nonché numerosi complici presenti nella politica e negli apparati amministrativi dei governi africani.

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