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Guerra Terrorismo

Legami e rischi tra terrorismo e immigrazione

L’analisi di Chiara Oldani e Francesco Bergoglio Errico  sul legame che intercorre tra terrorismo e immigrazione Dopo la primavera araba del 2011 i flussi migratori verso l’Europa sono stati costantemente oggetto di analisi e riflessioni, in particolare, per quanto riguarda la rotta Mediterranea Centrale. I dati demografici fanno pensare che i flussi migratori dall’Africa potranno…

Dopo la primavera araba del 2011 i flussi migratori verso l’Europa sono stati costantemente oggetto di analisi e riflessioni, in particolare, per quanto riguarda la rotta Mediterranea Centrale. I dati demografici fanno pensare che i flussi migratori dall’Africa potranno crescere e la loro gestione divenire sempre più complessa visto che popolazione Sub-Sahariana aumenterà di oltre il doppio entro il 2050. Questa problematica è divenuta un “fenomeno strutturale” che coinvolge diversi fattori come il ruolo delle organizzazioni criminali e terroristiche, le diverse politiche degli stati membri, la responsabilizzazione dei Paesi di transito.

Le tre rotte verso l’Europa

Vi sono tre rotte principali verso l’Europa. La rotta del Mediterraneo Centrale è la principale via d’ingresso marittima all’Europa fino al 2017; dal 1 gennaio al 5 luglio 2018 sono arrivate per questa via 16,139 persone. Il numero maggiore di immigrati proviene dalla Nigeria (37,551 nel 2016 e 18,158 nel 2017), Paese colpito dalla povertà, dalla guerra civile e devastato dalle milizie jihadiste di Boko Haram, dalla Libia, dalla Tunisia, dalla Siria e dalla fascia sub-sahariana. Le motivazioni principali che spingono i migranti sono la povertà e il sottosviluppo economico, l’instabilità politica e i conflitti, in particolare per quelli provenienti dall’area del Sahel.

La rotta Balcanica, o la rotta di Levante, è la rotta marittima tra la Grecia e la Turchia; dal 1 gennaio al 5 luglio 2018 13,749 persone sono giunte per questa via. I migranti provengono dalle grandi aree di conflitto Medio-Orientali: siriani, afghani, iraqeni e pakistani. Questa via migratoria è divisa tra la parte marittima, dalla Turchia alla Grecia e dalla parte terrestre che dalla Turchia attraversa la Bulgaria e i Balcani. Dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra EU a Turchia nel marzo del 2016 questa è diventata molto meno accessibile rispetto agli anni precedenti, soprattutto la via terrestre, spingendo i migranti a ripiegare verso l’Egitto e soprattutto verso la Libia (i due hub principali) e quindi incrementando i flussi nella rotta del Mediterraneo Centrale.

La terza rotta è quella Iberica ossia dal Marocco e Algeria verso la penisola Iberica e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco; dal 1 gennaio al 5 luglio 2018 18,723 persone sono arrivate per questa via. I paesi di provenienza dei migranti sono la Guinea, Costa d’Avorio, Camerun, Algeria e Siria. Tale via migratoria, nonostante il retroterra ricco di conflitti ed instabilità politica come il Mali, Sahara Occidentale e Mauritania, nonché lo stesso stabile Marocco, è la rotta meno battuta secondo le statistiche fino al 2017 ma, i dati del 2018 testimoniano che potrebbe divenire la via migratoria più accessibile, soprattutto se la rotta marittima Libia-Italia e se regge l’accordo tra la UE e la Turchia, ma resta liquido e in divenire.

 

Foreign Terrorist Fighters

L’immigrazione clandestina è un circuito illegale sfruttato da estremisti, dalla criminalità organizzata e, soprattutto, dal nemico europeo più temibile, ossia i Foreign Terrorist Fighters (FTF) di ritorno dalla zona di guerra siro-iraqena, a seguito della sconfitta militare dello Stato Islamico. Dopo la caduta militare dello stesso, i FTF sopravvissuti, circa 25000, si stanno spostando; circa 1,500 FTF sono già rientrati in Europa; alcuni si dirigono verso Est, l’Asia Centrale e nei focolai Afghani e Pakistani, altri verso Ovest, cercando di raggiungere i paesi europei di provenienza, passando attraverso una delle tre rotte migratorie. Tra le mete preferite, i Balcani sono quelli più attraenti, vista la forte presenza jihadista, soprattutto in Bosnia e in Kosovo e la prossimità all’Italia e all’Austria, due tra le mete più ambite. Il rischio che stiano cercando di raggiungere, o abbiano già raggiunto, la Libia, l’Egitto, l’Algeria, la Tunisia o il Marocco, resta elevato. Obiettivo probabile è quello di raggiungere queste località ed operare insieme alla criminalità del posto o ai gruppi ribelli e terroristici affiliati ad al-Qaeda o all’ISIS stesso come AQIM, JNIM, Boko Hamar o al-Shabab. Non è escluso che i FTF possano restare nell’anonimato per cercare di raggiungere l’Italia, la Grecia o la Spagna con i barconi, infiltrandosi nelle rotte migratorie tra i migranti economici o i rifugiati, raggiungendo il loro obiettivo di tornare nei paesi europei, Paesi target per eccellenza. È importante constatare che i flussi migratori, gli ospiti dei centri di accoglienza, degli hub, muovono e accolgono persone in fase di crisi umana, sociale, psicologica, che sono esattamente il target dei reclutatori dei FTF, che sfruttano la vulnerabilità delle persone, soprattutto i più giovani e i più disperati, per radicalizzarli e indottrinarli attraverso l’ideologia e l’aiuto economico.

La radicalizzazione, il terrorismo, l’immigrazione illegale sono fattori inter-connessi che espongo l’Europa a forti rischi. Ad oggi ogni paese dell’UE adotta una politica interna, alcuni Paesi hanno messo in dubbio la validità dei Trattati di Schengen e di Dublino e l’Unione non riesce ad imporre una politica comune, mostrando il fianco debole. Il fenomeno deve però essere gestito a livello comunitario con un accordo vincolante per tutti i Paesi, che alleggerisca quelli del Sud Europa (Italia, Spagna, Grecia) dalla gestione dei flussi di esseri umani che non sempre arrivano a raggiungere le coste.

Mappa presa da: “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2017, Presidenza del Consiglio dei Ministri (Italia), Febbraio 2018”

Francesco Bergoglio Errico

@fra_bergerr

Membro del European Expert Network on Terrorism Issues; Senior Research Analyst presso International Counter-Terrorism Youth Network (ICTYN) e antropologo (gruppo volontario di crimologia) presso la Casa Circondariale di Rebibbia (Roma).

 

Chiara Oldani

@chiaraoldani

Professore di Politica Economica all’Università degli Studi della Tuscia; Direttore per l’Italia del Gruppo di ricerca del G7 e G20 dell’Università di Toronto (Canada); Research Associate del CAMA-ANU

 

 

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