Stoccate a una sinistra, “sempre dalla parte sbagliata della storia”, e alla Cgil di Maurizio Landini pro Maduro che in modo “surreale” “pretende di spiegare il Venezuela ai venezuelani”. Ma anche l’invito costante rivolto alle opposizioni a collaborare per andare “nella direzione giusta”. Come sulla sicurezza, dove le bordate sono per le decisioni di magistrati accusati di aver lasciato a piede libero assassini o presunti tali, come per il capotreno ucciso a Bologna. E così “vanificano il lavoro del parlamento e soprattutto delle forze dell’ordine”, affonda il colpo Giorgia Meloni, alla conferenza stampa di inizio d’anno organizzata dall’Ordine dei giornalisti e dall’Associazione Stampa Parlamentare.
Meloni è dura ma invita al tempo stesso le opposizioni a collaborare su un tema cruciale come la sicurezza per la quale annuncia ulteriori e più specifiche misure come quelle contro le baby gang. È severa con una sinistra che “è ambigua o sottovalura il fenomeno del terrorismo internazionale” come sul caso del capo Pro-Pal Hannoun accusato di ingenti finanziamenti a Hamas. “Per lui – sottolinea – ci sarà un processo. Ma io non farò come la sinistra. Perché (alludendo alle accuse fatte a lei e al governo su Gaza, ndr) altrimenti cosa dovrei fare? Accusarla di complicità con il 7 ottobre? Non mi pare il caso”.
È una premier di “lotta”, ma in una cornice in cui la linea è quella del profilo della statista che già in occasione della violenta aggressione, denunciata dal vicepresidente della Camera, cofondatore di FdI, Fabio Rampelli, ad opera di estremisti di sinistra, contro ragazzi di “Gioventù Nazionale” ad Acca Larentia, ha invitato a “una vera e definitiva riconciliazione nazionale”. E sempre nella cornice di questo spirito si inquadra la Messa che la presidente del Consiglio ha voluto ieri a Roma per le vittime giovanissime della strage di Crans Montana. All’invito hanno risposto con la loro presenza, accanto alle cariche dello stato, Ignazio La Russa, presidente del Senato, Giorgio Mulè vicepresidente della Camera in rappresentanza del presidente di Montecitorio, Lorenzo Fontana influenzato, anche la segretaria del Pd, Elly Schlein e il presidente dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, insieme con altri esponenti delle opposizioni. Meloni le invita a confrontarsi anche su una riforma della legge elettorale, che darebbe “pure a loro chance” nella competizione, altrimenti “il parlamento deciderà a maggioranza” .
Alla conferenza stampa di Meloni, soprattutto alle accuse sulla sicurezza e l'”ambiguità” su questioni relative al terrorismo internazionale il campo largo non risponde, si limita ad attacchi con la richiesta dal sapore sloganistico di “un’Italia più giusta” e la critica secondo cui la premier e presidente di FdI vivrebbe “in un mondo a parte”. Ma Meloni affronta nella nuova Aula dei gruppi parlamentari proprio i capovolgimenti del mondo e di una scena internazionale in cui ribadisce il suo no a un eventuale attacco di Trump alla Groenlandia, definendolo “irrealistico” e confermando quanto ha già sottoscritto con i leader europei. Anche se, in modo pragmatico, come è il suo rapporto con il presidente Usa, sottolinea che la Nato in Groenlandia, Paese che ne fa parte, ha molto vicini avversari pericolosi degli Usa e dell’Alleanza, alludendo a Cina e Russia.
Meloni, che ribadisce di essere invece d’accordo con Trump sul Venezuela, annuncia che Antonio Tajani (al quale viene tributato uno speciale ringraziamento e un apprezzamento come ministro degli Esteri e come leader azzurro che ha fatto fronte alla scomparsa di Silvio Berlusconi, “cosa che ci inorgoglisce”, afferma il portavoce nazionale di FI, Raffaele Nevi) sta preparando un documento sulla strategia italiana nella Politica Artica.
Ma il punto principale della conferenza stampa sulla politica internazionale è l’invito a tornare a parlarsi rivolto a Europa e Russia, ma certamente “non per fare un piacere a Putin, sarei l’ultima a volerlo”, sottolinea Meloni, secondo la quale sarebbe necessario un inviato unico Ue. Un invito a riparlare con la Russia, come, ricorda, ha chiesto anche Macron. Cosa che apprezza la Lega di Matteo Salvini, le cui accuse di “filo-putinismo” vengono seccamente respinte dalla premier: “I fili li hanno solo i burattini, non i leader politici”.
Meloni non abbassa certo la guardia sul richiamo alla responsabilità per “una pace giusta e sicura” per l’Ucraina già rivolto alla Russia con i leader europei. Ma ribadisce il no italiano all’invio di militari perché “per la sucurezza in Ucraina c’è l’applicazione della norma proposta dall’Italia sullo schema dell’articolo 5 della Nato”. Riserva però una frecciata al generale, uno dei quattro vicesegretari della Lega, Roberto Vannacci. Pur non nominandolo afferma: “Non capisco un generale che non è d’accordo con gli aiuti all’Ucraina”.
La premier poi conferma che il governo arriverà fino alla fine della legislatura e sottolinea, come già aveva fatto ad Atreju, di essere “fiera” dei suoi vicepremier, Salvini e Tajani, smentendo retroscena secondo i quali il governo in caso di vittoria al referendum sulla riforma della giustizia sarebbe pronto ad andare all’incasso politico con elezioni anticipate. Si tratta di retroscena che tirano in ballo “il terribile Fazzolari (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ndr)”, scherza Meloni. Ironizza, smentendoli, anche sui retroscena che la vedrebbero al Colle nel 2029: “Sto bene dove sto, anche se mi piacerebbe lavorare con Fiorello”.
Ma è molto seria nell’attacco che riserva all’Anm accusata di “delegittimare i magistrati con la menzogna (sulla riforma Nordio, ndr)” nella pur “legittima “campagna referendaria per il No. Accusa alla quale a sua volta l’Anm controreplica duramente accusando Meloni di “costante e pericolosa delegittimazione della magistratura”. Meloni ad ogni modo torna a precisare che la sorte dell’esecutivo non dipende dall’esito referendario. Parole della Presidente del Consiglio concilianti con il Capo dello Stato, infine, a conferma del buon rapporto con il Colle: “I miei rapporti con il Quirinale, soprattutto con il presidente della Repubblica, sono ottimi. Io e il presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo, ma c’ è una cosa che fa la differenza: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere gli interessi nazionali c’ è. Questo vale tutto. Ha a cuore, aiuta a rafforzare gli interessi nazionali”. Meloni spiega: “Sulle questioni interne le posizioni non sono sempre convergenti, ma collaboriamo in maniera ottima. Vedo un racconto diverso dalla realta’ che vivo. Ci vedo una costruzione molto spesso che porta a raccontare problemi quando non ci sono. Quando non siamo d’accordo troviamo sempre le soluzioni”.
Mattarella nel discorso di Capodanno, in occasione degli 80 anni della Repubblica, aveva descritto l’Italia come “un autorevole protagonista internazionale”. Immagine molto lontana da quella di un Paese alla deriva al centro della narrazione allarmistica delle opposizioni.




