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Le sfide di Viola alla Procura di Milano

Letta

I Graffi di Damato

Il clima di guerra “indecente” -direbbe Mario Draghi- in cui ci ta facendo vivere Putin, alle prese ormai non solo con l’Ucraina ma con tutto l’Occidente, può avere contribuito a vestire di immagini belliche anche la notizia della nomina di Marcello Viola a capo della Procura di Milano. Che dalla postazione di Procuratore Generale della Corte d’Appello di Firenze il magistrato siciliano avrebbe “conquistato” -abbiamo titolato noi del Dubbio- o “espugnato” come “un fortino”, secondo gli amici del Riformista. Ma non abbiamo esagerato per niente considerando, come hanno ricordato i colleghi del Corriere della Sera, che a Milano sono più di casa di noi, che da una quarantina d’anni non accadeva che si cercasse e si trovasse un cosiddetto “Papa “straniero” per l’ufficio giudiziario più esposto del distretto ambrosiano: quasi un sacrario dai tempi di “Mani pulite”.

Ha obiettivamente del rivoluzionario non solo che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia scelto il successore di Francesco Greco, e del più lontano Francesco Saverio Borrelli, fuori dal giro tradizionale locale, diciamo così; non solo che il prescelto, Viola, sia stato finalmente tirato fuori dalla nicchia opaca nella quale in troppi avevano cercato di chiuderlo per averne parlato come possibile capo della Procura di Roma, a sua insaputa, Luca Palamara e gli amici dell’hotel Champagne, ma anche che egli vada a Milano da Firenze, in un percorso che una trentina d’anni fa si rivelò a dir poco tossico. Da Firenze arrivò a Milano nel 1991, per sostituire alla Procura Generale il pensionato Alfonso Beria d’Argentine, nome storico della magistratura italiana, anche Giulio Catelani. Non era ancora scoppiato l’arsenale di “Mani pulite”, ma il clima era già pesante per la politica locale e nazionale.

Al posto di Beria d’Argentine, in verità, si era proposto il capo della Procura di primo grado Borrelli, prima ancora di poter attraversare le strade e la Galleria di Milano tra ali di cittadini plaudenti al lavoro suo e dei sostituti o aggiunti che lo affiancavano nella guerra a Tangentopoli. Egli avrebbe anche  raggiunto l’obbiettivo della Procura Generale ambrosiana, considerato familiare per esservi passato anche il padre, se non fosse incorso nell’attenzione dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Che, anche a costo di scavalcare il ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli, d’accordo su Borrelli con i colleghi di partito di Milano, investì della questione Bettino Craxi. Al quale, in particolare, fece presente che Borrelli era ancora troppo lontano dalla pensione per compiere un salto di carriera di quel tipo, che fra primo e secondo grado ne avrebbe fatto un po’ il protagonista assoluto, se non il padrone, della magistratura d’accusa nel distretto giudiziario più importante d’Italia.

A Craxi le osservazioni di Andreotti non apparvero peregrine, per cui -forse senza neppure ascoltare Martelli, essendo le decisioni da prendere in brevissimo tempo- chiese seduta stante al presidente del Consiglio se avesse qualcuno da proporre. Andreotti lo aveva e ne fece il cognome: quello appunto di Catelani, peraltro di nome Giulio come lui. E Craxi sventuratamente, pensando a quel che ne sarebbe seguito, disse sì. Catelani fu pertanto  nominato dal Consiglio Superiore, pur avendo presentato la domanda in ritardo ed essendo stato già Borrelli ascoltato dalla competente commissione del Palazzo dei Marescialli che si occupava delle candidature.

Non solo fu scelto, ma Catelani fu onorato della presenza non usuale del presidente del Consiglio alla cerimonia d’insediamento: una presenza che per un pò apparve agli amici di Craxi, quando scoppiò il casino di “Mani pulite”, come segno di complicità con gli eventi successivi. Ma Catelani finì per prendere le distanze, esponendosi con interventi sulla Procura e atti persino d’indagine. Che ebbero però solo l’effetto di isolarlo e di anticiparne il pensionamento nel 1995.

Con questo pò pò di retroscena, precedenti e simili condividerete forse l’aspetto rivoluzionario -o, all’opposto, normalizzatore se qualcuno preferisce- del percorso Firenze-Milano ristabilito dal Consiglio Superiore della Magistratura con la decisione di trasferire  all’ombra della Madonnina il pur siciliano Viola. Che probabilmente non deluderà la “discontinuità” che ha dichiarato di aspettarsi da lui un consigliere superiore come Nino Di Matteo.

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