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Le rivolte in Senegal rafforzano l’instabilità della frontiera sud del Mediterraneo

Senegal

Che cosa sta succedendo in Senegal. L’articolo di Enrico Martial

 

Da mercoledì 3 marzo sono in corso proteste violente in Senegal, che hanno un doppio rilievo: per il rischio di estensione della zona di crisi del Sahel fino all’Atlantico e per il rafforzarsi di un’instabilità alimenta le pressioni migratorie verso il Mediterraneo e l’Europa.

Gli scontri, che hanno comportato finora cinque morti, sono nati dopo il discusso arresto (per reati sessuali) di Ousmane Sonko, esponente dell’opposizione e potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2024. Collocato in una posizione neo-nazionalista e antisistema, a volte accostato a forme di radicalismo religioso (in gioventù era iscritto in una organizzazione vicina a Fratelli musulmani, ora è accusato di alcune sintonie con il salafismo) o populiste (come un “Trump africano, ma giovane”), è stato catalizzatore di malcontento e di rabbie cresciute negli ultimi anni nelle popolazioni urbane per le difficoltà economiche, aggravate poi dalla pandemia.

Ousmane Sonko si rivolge a una classe media di giovani che hanno studiato ma sono disoccupati o dal posto precario, anche emigrati nella “diaspora” europea, additando il favoritismo governativo per le imprese straniere, e in particolare francesi. Così, nei saccheggi, sono stati bersagliati la catena Auchan e la radio di Youssoun d’Nour, noto cantante e ministro-consigliere del presidente in carica, Macky Sall. Di minore presa nelle campagne, la rivolta ha toccato altri centri come Kaolack, Kolda, Nioro o Diaobé, nel sud del Paese, dove il 6 marzo è morto uno studente. Internet è stata limitata, sospese le trasmissioni di due televisioni fino a domenica sera, chiusi gli uffici di Air France e annullato il volo Dakar-New York di lunedì 8 marzo. Le organizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla CEDEAO (la Comunità economica degli Stati africani occidentali) hanno invitato alla calma, sottolineando da un lato che va rispettato il diritto di esprimersi (con una mano pubblica capace di non generare ulteriori violenze) e riaffermando che le manifestazioni devono rimanere pacifiche.

A pochi giorni dalle proteste in Niger, che contestavano gli esiti delle elezioni presidenziali di fine febbraio, le rivolte in Senegal si aggiungono all’aggravarsi della crisi del Sahel (in Mali ci sono 2 milioni di sfollati), che da un lato favorisce i traffici illegali e la tratta di persone verso il Mediterraneo e dall’altro facilita la presa del messaggio jihadista su territori e gruppi di popolazione.

I tentativi di contenere il fenomeno jihadista hanno comportato – al netto dell’impegno ONU con MINUSMA e delle formazione europee di EUTM Mali e Niger ed EUCAP Sahel – uno sforzo militare francese con l’operazione Barkhane (salito a 5100 uomini, ma con assistenza statunitense per le informazioni) a cui si aggiungono sia i primi esercizi di europeizzazione militare nella Task Force Takuba che inizia ad essere attiva da quest’anno, sia le iniziative bilaterali (l’Italia con il Niger per esempio, nell’iniziativa MISIN).

Il Senegal è considerato relativamente protetto dal suo islamismo moderato, il sufismo, con leader rispettati e piuttosto allineati con i governi in carica. Tuttavia, negli anni sono cresciute le occasioni di diffusione del messaggio salafista, anche attraverso internet, rivolto alla stessa popolazione – giovane e relativamente istruita – di riferimento di Ousmane Sonko. Inoltre, una cellula affiliata ad Al Qaida è stata smantellata tra il 20 e il 23 gennaio 2021, a Kidira, vicino alla frontiera e sull’asse tra le due capitali del Mali e del Senegal, Bamako e Dakar.

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