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Le news su BlackRock, Borgo Egnazia, Dagospia, Espresso, Foglio, Fondazione Einaudi e non solo

Che cosa si dice e che cosa non si dice su Borgo Egnazia, Dagospia, Espresso, Foglio, Fondazione Einaudi, Messaggero, Coldiretti e non solo. Pillole di rassegna stampa

 

LE PILLOLE DI FINK, CEO DEL FONDO BLACKROCK, CHE SPIAZZANO IL CORSERA (CHE LO INTERVISTA…)

 

IL SOLE SPEGNE LE POLEMICHE SUGLI ANNUNCI ELETTORALI

I NUMERI DI BORGO EGNAZIA

CARTOLINE DAGLI STATI UNITI

PRANDINI TERRORIZZATO

I GELATI SI SCALDANO

FACILE FARE I LIBERISTI CON I SOLDI STATALI

IL BIS DI LUCIANO BENETTON

VASCO ROSSI NERO SU GIORGIA

EFFETTO CARELLI SULL’ESPRESSO

COME SI VOTA AL FOGLIO

DAGOSPIA O DAGOSLURP?

GIORNALISMI

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL FATTO QUOTIDIANO SU ESPRESSO E CARELLI:

Censura all’Espresso. Il nuovo direttore, Emilio Carelli, arrivato dopo la cacciata di Enrico Bellavia, ci ha messo solo cinque giorni per dimostrare come è cambiata l’aria e come vuol fare il giornale, per conto dei proprietari, il gruppo Ludoil Energy della famiglia Ammaturo, che l’avevano rilevato da Danilo Iervolino. La sera di mercoledì, al momento della chiusura in redazione del primo numero da lui firmato come direttore, Carelli ha fatto sparire un pezzo su Matteo Salvini, già impaginato e titolato: “Il nodo infrastrutture. Il ministro capovaro sfortunato”. Firmato dall’inviato Gianfrancesco Turano, che raccontava come Salvini puntasse, per le Europee, su cantieri e opere pubbliche da inaugurare come spot elettorale. Anche grazie al mare di denaro arrivato con il Pnrr. Ma inaugurazioni, annunci e ritardi hanno finito per trasformare lo spot in un flop per Matteo, aggravato dai contrasti con Giorgia Meloni. Il pezzo è stato giudicato da Carelli troppo critico nei confronti del ministro delle Infrastrutture e inadatto al momento: non si deve attaccare un leader politico prima delle elezioni. Così il pezzo sarebbe stato eventualmente rimesso in pagina la settimana successiva (ma ormai invecchiato e fuori contesto). Niente articoli politici prima del voto. Il pezzo forte del numero, in edicola da oggi, doveva essere infatti un appello al voto e contro l’astensione chiesto a tutti i leader politici. Saltato, perché a rispondere alla richiesta di Carelli sono stati soltanto Salvini, Tajani, Renzi e Conte. Già nel suo discorso d’insediamento, Carelli aveva spiegato di essere favorevole alle grandi opere e al ponte sullo Stretto, uno dei cardini della politica di Salvini.

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DI GIANNI TROVATI DEL SOLE 24 ORE:

C’è un fattore importante a distinguere la vigilia del voto europeo di oggi e domani dai suoi più immediati precedenti: invece di poter utilizzare soldi pubblici per misure che aiutano il consenso, Governo e maggioranza si sono trovati invischiati a pagare i conti del passato e costretti quindi a una serie di misure impopolari poi affannosamente contrastate dalle narrazioni sui 100 euro della Befana o sul taglio alle liste d’attesa in sanità.

Il 25 maggio del 2014 le urne delle Europee si aprirono poche ore prima del debutto in busta paga del bonus Renzi, 80 euro netti al mese per oltre 11 milioni di lavoratori dipendenti, introdotto il 24 aprile dal decreto 66: uno stanziamento di quasi 10 miliardi all’anno, finanziati all’inizio con spending review e rivalutazione delle quote Bankitalia e poi mantenuti anche ricorrendo all’extradeficit negoziato con Bruxelles. Impossibile misurare il peso di quel bonus sul voto, che comunque portò il Pd guidato dall’allora neopremier al 40,8% grazie a poco meno di 11,2 milioni di voti: livelli da cui poi i Dem si sono tenuti sempre molto lontani. Cinque anni dopo, l’appuntamento con le Europee arrivò il 26 maggio: da meno di due mesi erano in vigore le due misure bandiera del primo Governo Conte, il gialloverde, grazie al decreto 4 del 2019 che aveva diviso a metà i 14 miliardi all’anno previsti per finanziare il reddito di cittadinanza caro ai Cinque Stelle e Quota 100 voluta dalla Lega.

In quel caso fu proprio il Carroccio a volare al 34,26% con quasi 9,2 milioni di voti, altezze inedite prima e mai ripetute poi. E anche allora a dominare la scena fu il disavanzo, creato a sportellate con Bruxelles, anche se poi i saldi reali riuscirono a riportarlo all’1,6% del Pil voluto in origine dall’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria e raggiunto grazie a stime iniziali molto larghe sulla spesa; perché altrove tenere i conti in ordine è un punto d’onore, da noi invece la maggioranza volle esibire il deficit come si fa coi muscoli.

I miliardi di spesa pubblica sono volati fitti anche negli ultimi mesi. Ma si è trattato di quelli già spesi, e in larga parte imprevisti, dal Superbonus pensato dal Governo Conte-2 e poi prorogato dall’Esecutivo Draghi, che ha fatto volare il deficit 2023 al 7,4% del Pil e ora ricade a botte di quasi 40 miliardi l’anno sul debito del 2024-26.

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