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Le mille interpretazioni del messaggio di Mattarella a Capodanno. I Graffi di Damato

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Come politici, giornalisti e sindacalisti hanno interpretato il messaggio di Mattarella. I Graffi di Francesco Damato

Il bello dei messaggi presidenziali di Capodanno è vedere dopo 30 ore, a edicole riaperte, quello che i vari giornali vi hanno trovato o scoperto, diversamente dalla disattenzione o dalla noia dello spettatore rappresentato assopito sulla prima pagina del Corriere della Sera dall’impietoso Emilio Giannelli: neppure assopito, in verità, ma persino russante davanti alla televisione, al punto da farsi abbaiare addosso dal cane ai suoi piedi.

Sullo stesso Corriere, meno irriverentemente, il quirinalista storico Marzio Breda con il suo abituale e rispettoso acume politico ha attribuito a Sergio Mattarella, interpretando più che rileggendo testualmente le sue parole, il tentativo di incoraggiare anche il governo e la sua maggioranza giallorossa, mai nominati dal capo dello Stato, a una “vera ripartenza”: segno, evidentemente, che la partenza della compagine ministeriale in carica da qualche mese, il cosiddetto Conte 2 o Bisconte, non è stata molto forte e incoraggiante.

Più ottimisticamente, enfaticamente, retoricamente, come preferite, la Repubblica – quella di carta – ha visto e indicato nel messaggio televisivo trasmesso dal Quirinale a reti unificate, come si dice, e ascoltato da più di dieci milioni di connazionali, addirittura “il manifesto della giovane Italia”: un manifesto tradotto a Bari dalla Gazzetta del Mezzogiorno in una salutare “scossa” per un Paese troppo poco fiducioso e consapevole delle sue potenzialità, pur tanto note e apprezzate all’estero.

La segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan si è spinta sul Dubbio a vedere tra le righe del discorso del presidente della Repubblica una strigliata salutare al governo – ripeto, mai citato da Mattarella nel suo messaggio – perché la smetta di “fare da notaio nella politica industriale”, che sarebbe gestita quindi da altri, compresi i magistrati. Che sono notoriamente solerti quanto meno a coprire i vuoti politici, se non a scavalcare il potere esecutivo e persino quello legislativo, interpretando spesso le leggi in modo tale da costringere qualche volta il pur sonnolento o tollerante Parlamento a intervenire con leggi autenticamente interpretative di altre evidentemente approvate in termini non abbastanza chiari. E questo è uno scenario destinato a peggiorare con la fine, appena scattata, della prescrizione all’arrivo della prima sentenza di giudizio, se non vi si porrà rimedio rapidamente con l’applicazione della “ragionevole durata” dei processi imposta purtroppo solo genericamente dall’articolo 111 della Costituzione.

Di positivo per Mattarella e i suoi cultori è sicuramente il fatto che il suo messaggio – con la sola eccezione quanto meno della Nazione, la testata toscana del Quotidiano Nazionale, o QN, in cui il gruppo Riffeser Monti ha unificato Il Giorno, il Resto del Carlino e la stessa Nazione, dove in prima pagina non c’è traccia alcuna del discorso di Capodanno del capo dello Stato – ha retto benissimo alla concorrenza dell’altro evento che ha avuto invece in tutto il mondo un’eco ben maggiore. Mi riferisco allo scatto d’ira, o d’impazienza, di Papa Francesco, poi scusatosi pubblicamente di essersi troppo bruscamente sottratto alla fedele, schiaffeggiandone le mani, che aveva cercato di trattenerlo sporgendosi dalle transenne in Piazza San Pietro.

Sulla inedita esperienza del Pontefice, che ha fornito a Matteo Salvini l’ennesima occasione di una controprestazione mediatica giocando sulla neve con la sua fidanzata, è da segnalare la felice ironia del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e del vignettista del Secolo XIX Stefano Rolli. Il primo ha usato la “cattiveria” quotidiana di prima pagina del suo giornale per chiedere che cosa mettano nell’incenso delle messe del Papa per renderlo così impaziente con una fedele che di certo non gli voleva fare del male. Rolli invece ha fatto indossare al Papa la cintura nera delle arti marziali giapponesi. Che è un po’ quella appena indossata consapevolmente in politica dal senatore Gianluigi Paragone, espulso dal Movimento delle 5 Stelle come “dal nulla”, ha reagito il parlamentare diventato da qualche tempo il più esplicito e duro nel contestare, anche nelle votazioni al Senato, la leadership di Luigi Di Maio e le coperture sempre fornitegli alla fine dal garante e fondatore Beppe Grillo.

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