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Mattarella

Le due manganellate di Mattarella

Le due ruvide reprimende del capo dello Stato, Sergio Mattarella (prima a difesa di Meloni e poi sui manganelli contro i giovani) non possono essere scisse, secondo le convenienze politiche. Il corsivo di Francesco Damato

Il “giù le mani” col quale il manifesto ha tradotto su tutta la sua prima pagina oggi la protesta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’abuso che sarebbe stato fatto contro i dimostranti in piazza da parte delle forze dell’ordine è il secondo tempo della partita cominciata ieri sullo stesso giornale della sinistra ancora orgogliosamente comunista gridando contro “il vizietto” della durezza degli interventi della Polizia. Un secondo tempo, direi, conforme al primo, coerente l’uno con l’altro, e quindi in grado di sostenere l’appropriazione politica, da parte di quel giornale e, più in generale, della sinistra all’opposizione del governo, della decisione presa da Mattarella di avvalorarne le proteste con una telefonata critica, preoccupata e quant’altro al ministro dell’Interno. E col comunicato che ne è seguito al Quirinale.

Altro che “una telefonata d’alleggerimento”, come il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina della Stampa l’ha fatta definire dallo stesso Mattarella. Alleggerimento condiviso, forse persino con qualche ringraziamento del ministro, sicuramente con la promessa di dare nuove disposizioni, eseguire o fare eseguire dai sottoposti accertamenti e punire eventuali abusi precedendo la magistratura. Diciamo pure la verità, riconoscendo al manifesto il buon gusto di non avere ceduto alla tentazione cui invece cedo io di immaginare o rappresentare come un manganello il telefono impugnato da Mattarella nella conversazione col ministro Piantedosi. Come la buonanima di Francesco Cossiga, sempre al Quirinale, si divertiva a chiamare “piccone” quello che usava frequentemente reagendo agli attacchi altrui o promuovendone lui direttamente. Ne aveva uno d’argento in miniatura sulla scrivania regalatosi da solo.

Non vorrei comunque che si dimenticasse, nella valutazione di questo affare politico sgradevolmente esploso in un momento di grande esposizione internazionale del governo – con la premier a Kiev per un G7 di rinnovato sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, dove si mandano ancora a morire gli oppositori in Siberia- che un altro manganello è stato figurativamente usato in questi giorni dal capo dello Stato. Usato questo volta insieme a quelli per niente figurati delle forze dell’ordine contro i dimostranti che scendono in piazza per preferire i terroristi palestinesi di Hamas agli israeliani che si difendono dai loro attacchi. Essi profittano dell’occasione per insultare uomini e donne del nostro governo, macchiarne di rosso-sangue le immagini e bruciarle tra danze di festa oscena.

I due Mattarella, nati nello stesso giorno, nello stesso anno e nella stessa ora, non possono essere scissi a piacimento, secondo le convenienze. Vanno presi sul serio insieme. Altrimenti si bara al gioco e si fa carta straccia della Costituzione che pure si vorrebbe difendere di giorno e di notte da riforme che tornerebbero a minacciarla.

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