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Le lezioni del Risorgimento sono ancora preziose per l’Italia

C’è una continuità fra il 17 marzo 1861, il giorno della proclamazione dell’Unità d'Italia, e le drammatiche giornate di missili e bombe in Medio Oriente e in Ucraina che rimbombano ovunque. Il taccuino di Guiglia.

Allora c’era il Regno d’Italia, oggi c’è la Repubblica italiana. All’epoca il nostro Paese, che era unito dalla sua meravigliosa lingua senza saperlo, perciò viveva come una Nazione incompiuta, coronava il sogno di dare finalmente uno Stato ai suoi non più divisi abitanti.

Era un tempo nel quale l’Europa stava al centro del mondo e non ai suoi margini come oggi, scaraventata via dalle contemporanee guerre altrui e dalla crescente distanza geopolitica e di interessi economici del suo storico e principale alleato d’Oltreoceano, l’America di Donald Trump.

Certo che c’è una continuità fra il 17 marzo 1861, il giorno della formale proclamazione dell’Unità raggiunta, giorno dunque bellissimo, e le invece drammatiche giornate di missili e bombe in Medio Oriente e in Ucraina che rimbombano ovunque. Anche dentro i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni per il fragore universale dei droni e per la devastante tecnologia militare di cui vediamo gli effetti in mondovisione.

Ma la guerra non si può trasformare in un videogame, per citare le dolenti e ammonitrici parole di Papa Leone. Quelle immagini quotidiane sempre mostrano “le sofferenze che la guerra porta alle popolazioni” e l’importanza di raccontarla “con gli occhi delle vittime”.

Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebrando la fausta ricorrenza, ha unito la memoria al presente. “Libertà, giustizia e pace guidino le istituzioni e la società”, ha esortato.

Un impegno civico e civile riferito al mondo sottosopra e insanguinato di cui non abbiamo alcuna responsabilità, ma del quale facciamo parte: impossibile voltarci dall’altra parte o rinunciare a cercare in ogni modo possibile di pacificarlo, di aiutarlo a liberarsi dai suoi mali, tenendo presente il papale punto di vista delle “vittime”.

L’ultima mossa italo-europea al G7 va nella giusta direzione.

Per la prima volta Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia più il Canada hanno firmato un documento diverso da quanto si aspettava il furente Trump. Il quale, d’intesa col primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e sostenuto dal solo Giappone, sollecitava l’aiuto degli alleati per liberare lo Stretto di Hormuz nel mirino degli ayatollah dell’Iran.

Ma che c’entrano gli europei e l’alleanza “difensiva” della Nato con gli attacchi israeliano-statunitensi compiuti senza aver chiesto agli occidentali neppure che cosa ne pensassero? E informandoli solo a missili sganciati.

Nessuno tra gli europei ha dubbi su chi scegliere tra un regime che con i suoi pasdaran si è macchiato di crimini inauditi e il popolo iraniano tanto a lungo oppresso e martoriato. Bastano le testimonianze delle donne iraniane rifugiate in Italia per capire il lato giusto della Storia.

Ma se il 17 marzo 1861 ha dato agli italiani la consapevolezza di poter diventare una Nazione “unita, forte e orgogliosa”, come ha scritto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la sfida di oggi si gioca in Europa.

Senza padrini e senza padroni, secondo il mai così attuale insegnamento dei nostri padri risorgimentali.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale d Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova
www.federicoguiglia.com  

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