La penultima, come si deve dire quando si parla di chi non si risparmia alle interviste, Goffredo Bettini l’ha detta per telefono dalla sua Thailandia. Dove è “bloccato” – ha raccontato lui stesso a Carmelo Caruso, del Foglio – dai postumi di un’operazione alla retina che non gli permettono ancora un volo di 12 mila chilometri per il ritorno in Italia, ma non per questo gli impediscono di rispondere al telefono e di dirigere la nuova Rinascita usando la “tecnologia” che pure “odia”.
Le penultima- ripeto – di Bettini è anche il penultimo soccorso alla candidatura dell’amico – e pazienza se non anche compagno di partito – Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, se davvero dovesse realizzarsi il sogno dell’alternativa elettorale e politica al centrodestra di Giorgia Meloni. Al quale invece ha deciso di dare una mano, a modo suo naturalmente, con attacchi ripetuti e scomposto il presidente americano Donald Trump.
“Il Movimento 5 Stelle -ha spiegato e motivato Bettini- ha avuto un grande merito, riconosciuto da pochi: ha tenuto la spinta antistituzionale e populista nel perimetro democratico”, anche a costo di dimezzare, poco più o poco meno, la sua consistenza elettorale. “Con Conte -ha continuato a raccontare e spiegare il suo estimatore- ha fatto un passo in avanti, diventando una forza di governo a pieno titolo. Ma Conte va molto oltre il suo partito, che non lo racchiude interamente. Per sensibilità, cultura, autorevolezza”. Che, tutte insieme, gli permetterebbero di aspirare ragionevolmente a prevalere sull’ambizione chigiana, diciamo così, per niente nascosta della più giovane Elly Schlein, segretaria del Pd di Bettin.
D’altronde, quasi per prevenire o esorcizzare una delusione della sua segretaria di partito, lo stesso Bettini ha tenuto a precisare – richiamandosi a un riconoscimento avuto in passato da Piero Fassino, l’ultimo segretario della penultima versione del Pci- di essere stato “leale” verso tutti i suoi superiori di partito quanto “autonomo”. “Ho amato più o meno -ha detto- i segretari del mio partito, ma non sono stato mai un berlingueriano, un nattiano, un occhettiano e così via. Semmai ho avvertito Ingrao come un punto di riferimento permanente e insostituibile. Un comunista agli antipodi del settarismo e aperto a mondi diversi”.
Compreso quello che, poveretto, Ingrao non fece in tempo a conoscere davvero come le 5 Stelle e, più in particolare, di Giuseppe Conte. Sopraggiunto, quest’ultimo, alla morte di Ingrao, nel 2015. Conte sarebbe arrivato a Palazzo Chigi tre anni dopo e si sarebbe affrancato da Beppe Grillo ancora più avanti. Mi tocca, diavolo di un Bettini, difendere anche la memoria di Ingrao.




