Quello che maggiormente, e francamente, sorprende del giudizio negativo dato sul presidente americano Donald Trump dal senatore a vita Mario Monti in un editoriale del Corriere della Sera è la strumentalizzazione che pure lui fa, come un Goffredo Bettini qualsiasi, verrebbe da dire, di questo giudizio ai fini della politica interna italiana. Con un’aggravante però per Monti, anzi due.
La prima aggravante è la quasi mitica capacità dell’ex premier di misurare parole e ragionamenti, che questa volta mi pare che gli sia mancata, volente o nolente, sino a promuovere o inabissare, come preferite, il presidente americano in un nuovo mondiale fascismo. Cui egli pure aveva evidentemente sottovalutato l’anno scorso -e un po’ riconoscendolo- per avere non dico incoraggiato ma condiviso il rapporto speciale cercato e ottenuto dalla premier italiana con Trump per fare da ponte fra le due sponde dell’Atlantico più lontane, direbbe il nostro compianto Giovanni Spadolini che misurava la larghezza del Tevere.
La seconda aggravante del ragionamento di Monti sta nella conoscenza che gli si deve attribuire, per essere stato capo del governo italiano, di un problema come quello del rapporto fra la politica e la giustizia in Italia. Un rapporto quanto meno squilibrato per certificazione – torno a scriverlo per l’ennesima volta – di un presidente della Repubblica insospettabile come Giorgio Napolitano, dal quale peraltro Monti ottenne un in incarico tutto speciale, per contenuto e circostanze, di presidente del Consiglio. Un rapporto che la riforma costituzionale sulla magistratura sottoposta a referendum cerca di migliorare, restituendolo un po’ alle origini costituenti, che non erano di privilegio per la magistratura ma, al contrario, per la politica grazie anche al meccanismo dell’immunità parlamentare modificato nella stagione delle cosiddette “mani pulite”.
Ebbene, dopo avere scritto come più negativamente non poteva di Trump e, in fondo, anche del popolo americano che lo ha eletto per la seconda volta, commettendo un errore del quale l’Occidente per primo starebbe pagando il conto, Monti ha lamentato, a dir poco, i rischi comportanti dall’”affinità ideologica e politica” della Meloni rispetto a Trump sulla “riforma della giustizia” in Italia. Come lui preferisce chiamarla andando oltre la magistratura che pure ne è il vero oggetto.
“Sul referendum – ha scritto testualmente il senatore a vita – io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continua a mostrarsi la leader più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei nell’intimo una vocazione autoritaria”. Come ragionano neppure più tutti forse nell’associazione dei magistrati e dintorni, compresi i partiti che ne riflettono le posizioni. “Meglio allora, concluderei, non metterle e in mano -ha scritto Monti della Meloni- strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”. E così, sembra di capire, le ombre della riforma hanno preso anche in lui il sopravvento sulle luci e l’hanno trasformata nella più pericolosa occasione di tradimento della democrazia.
Già questa immagine apocalittica mi sembra poco consona, ripeto, ad una personalità istituzionale, politica, direi anche accademica, come quella di Monti. Che peraltro fu messo in almeno parziale sicurezza giudiziariamente dal prudente Napolitano come senatore in vita prima di farlo salire a Palazzo Chigi sostituendo Silvio Berlusconi, che non vi sarebbe più tornato. Ma vedere e leggere Monti affiancato al già ricordato guru del Pd Goffredo Bettini, di recente conversione al no referendario da un sì motivato persino con una storia familiare, mi ha procurato una particolare, particolarissima impressione. No, senatore, anche da suo ex elettore nell’avventura del 2013, questa non me la doveva fare. Diciamo pure che non ce la doveva fare.



