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L’America First versione Mike Pompeo

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Pompeo

La presidenza di Donald Trump è iniziata con lo slogan “America First” versione Steve Bannon – l’America prima del resto del mondo – e si conclude con America First versione Mike Pompeo. L’intervento di Stefano Parisi

La presidenza di Donald Trump è iniziata con lo slogan “America First” versione Steve Bannon – l’America prima del resto del mondo – e si conclude con America First versione Mike Pompeo, l’America prima tra le democrazie nella espansione globale delle libertà civili ed economiche.

Dal nazionalismo dell’ex “capo stratega” Bannon, rimasto in carica alla Casa Bianca un tempo inversamente proporzionale a quello in cui è stato invitato e riverito in Europa, si torna alla missione manifesta degli USA: “Per troppi decenni i nostri leader hanno ignorato o minimizzato le parole dei coraggiosi dissidenti cinesi che ci hanno messo in guardia sulla natura del regime che stiamo affrontando. Non possiamo più ignorarlo”, ha detto il segretario di Stato Pompeo parlando al Richard Nixon Presidential Library and Museum. Eloquente il titolo del discorso, “La Cina comunista e il futuro del mondo libero”. Un mondo che deve continuare ad essere sicuro per le democrazie.

Nei giorni scorsi, l’Fbi ha scardinato il pezzo di una rete spionistica che a quanto si apprende aveva il suo centro nel consolato cinese a Houston e ramificazioni in aziende e nelle università americane. Da qui la decisione di chiudere il consolato a Houston, ufficialmente per proteggere “la proprietà intellettuale e i dati privati”.

Pechino per ritorsione ha chiuso il consolato americano nella città cinese di Chengdu. Le relazioni diplomatiche tra due Paesi, interdipendenti da un punto di vista economico ma già messa alla prova dalla offensiva sui dazi di Trump, non hanno mai toccato un punto così basso.

Dietro gli scambi di accuse reciproche ci sono una enormità di questioni politiche, commerciali, tecnologiche, che dividono i due giganti delle relazioni internazionali, due modelli profondamente diversi, quello dirigista cinese e quello delle liberaldemocrazie, che comunicano sempre meno.

La corsa al 5G su cui si gioca una partita strategica decisiva per il futuro della economia globale, del digitale, della trasferibilità e del controllo dei dati e dei sistemi di AI destinati a gestirli. La questione della sicurezza cibernetica e dell’uso del web e dei social media come armi di propaganda di massa che abbiamo sperimentato durante la pandemia da Covid 19. La penetrazione commerciale e attraverso gli investimenti infrastrutturali della Cina in Asia e verso l’Europa attraverso la Nuova via della Seta. Le mire di Pechino su Taiwan e il Mar cinese Meridionale.

Un lungo elenco di cui ha scritto con profondità Giampiero Massolo su La Repubblica, ricordando che l’Europa, sempre incerta e spesso debole nel reagire sullo scacchiere internazionale, ancora deve trovare un ruolo tra oriente e occidente, nel difficile equilibrio tra mantenere rapporti pragmatici e fondati sulla reciprocità con Pechino, da una parte, e la salvaguardia delle relazioni transatlantiche con l’alleato americano dall’altra.

In ogni caso Pompeo si spinge oltre, raddoppia il carico di pressione su Pechino rivolgendosi direttamente al popolo cinese e delegittimando il partito comunista al potere.

Fonti del Dipartimento di Stato sottolineano che il consolato americano chiuso in Cina “è stato al centro delle nostre relazioni con gli abitanti della Cina occidentale, incluso il Tibet, per 35 anni”. Il Tibet, una delle spine nel fianco del regime di Pechino insieme agli Uiguri, la minoranza interna musulmana perseguitata dal regime.

Ci sono anche i dissidenti di Hong Kong che gli Usa chiedono anche alla Gran Bretagna di difendere. E si può allargare il campo ai dissidenti iraniani a cui Pompeo si è rivolto dopo l’eliminazione del capo delle forze Quds Soleimani, ai dissidenti venezuelani al regime bolivarista di Maduro, “la sola cosa di cui stiamo discutendo con Maduro sono i dettagli della sua partenza”, ha detto in questi giorni l’inviato speciale Usa per il Venezuela, Elliot Abrams. Una America che non indietreggia.

Dal “grosso errore” in Iraq come lo definì Trump all’inizio del mandato, liquidando la guerra di George W. Bush, ai messaggi inequivocabili che Pompeo, il senatore Tom Cotton e la deputata Liz Cheney lanciano all’indirizzo dei “regimi pericolosi che hanno a disposizione armi pericolose in grado di minacciare interessi e sicurezza degli Usa”, secondo Cotton. “Nessuno di quegli assassini dovrebbe mai mettere piede in America”, commenta la figlia di Cheney sulla possibilità che i Talebani vengano invitati a Camp David.

Questa America che torna a farsi sentire è la stessa che si schiera a fianco di Israele abbandonato da tanti Paesi ipocriti alle Nazioni Unite, riconoscendo Gerusalemme capitale dello Stato ebraico e mediando sull’allargamento della sovranità israeliana in Cisgiordania. Speriamo nel futuro dell’America e che torni a giocare il suo ruolo nel mondo.

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