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Charlie Hebdo

La strage di Charlie Hebdo nove anni dopo

Era la mattina del 7 gennaio 2015 e nella blindatissima redazione di Charlie Hebdo a Parigi, sede dei giornalisti e disegnatori più irriverenti di Francia, fecero irruzione due jihadisti che uccisero senza pietà, riportando in primo piano la questione irrisolta dei rapporti tra Islam e Occidente

 

Nove anni fa l’Europa veniva scossa da un terribile attentato terroristico in un luogo simbolico come Parigi che riportò drammaticamente in primo piano la questione irrisolta dei rapporti tra Islam e Occidente nell’era in cui le due civiltà sono strettamente a contatto anche a seguito di flussi migratori che hanno reso i musulmani una non più esile minoranza religiosa in quasi tutti i paesi del Vecchio Continente.

Era la mattina del 7 gennaio 2015, e nella blindatissima redazione di Charlie Hebdo, nel centro della capitale, i giornalisti e i disegnatori più irriverenti di Francia si accingevano a riunirsi per discutere l’agenda della settimana. In quella sala dove si trovava anche il direttore Stephane Charbonnier avrebbero fatto irruzione, dopo aver eluso le rigide misure di sicurezza, due jihadisti armati di kalashnikov che chiamarono uno per uno i presenti – “Dov’è Charb?” – per ucciderli senza pietà. Un’intera redazione sterminata. Un video girato da un cittadino presto diffuso dalle tv di tutto il mondo immortalò il momento in cui i terroristi escono incappucciati e con le armi in pugno dalla sede del giornale urlando: “Abbiamo vendicato il profeta Maometto! Abbiamo ucciso Charlie Hebdo!”.

Fu quella la vendetta – avvenuta con successo dopo un precedente tentativo fallito –  per la scelta fatta e più volte reiterata dal giornale di ritrarre il profeta Maometto in vignette giudicate oltraggiose e diventate presto motivo di scandalo e di scontro politico anche a livello internazionale. L’Islam proibisce la rappresentazione del profeta, e questo interdetto fu sfidato apertamente da alcuni disegnatori europei che non si ritenevano affatto vincolati da un dogma che non li riguardava, tanto più se il suo rispetto viene preteso in una terra come l’Europa in cui i musulmani sono teoricamente ospiti e dove peraltro da secoli si osserva e pratica la più spinta libertà di espressione considerata l’architrave delle libertà democratiche e l’antidoto alla censura imposta da secoli dall’ingombrante potere religioso.

Il direttore di Charlie Hebdo non era l’unica personalità finita sotto scorta per una battaglia in difesa della libertà di espressione di cui qualcuno individua l’inizio nel lontano 1989, l’anno della fatwa dell’ayatollah Khomeini contro l’autore dei Versi satanici Salman Rushdie e delle minacce di morte ricevute dallo scrittore persino nel suo rifugio britannico dove per lui fu approntato un massiccio dispositivo di sorveglianza.

Nel caso di Charbonnier e del suo giornale, l’oggetto del contendere non era un libro considerato blasfemo ma la satira incarnata da disegni che offesero immediatamente la sensibilità dei musulmani attirando sui loro artefici ira e minacce. Era capitato al Jylland Posten, il quotidiano danese che per primo nel 2005 lanciò la provocazione indicendo un concorso per la miglior vignetta su Maometto, pubblicando poi le migliori in un’intera pagina della sezione cultura. Per quelle rappresentazioni irriguardose i governi di molti Paesi islamici pretesero una pronta censura e addirittura le scuse da parte del primo ministro danese, il quale rispose che nel suo Paese il governo non interferisce con la stampa.

Charlie Hebdo fu uno dei giornali europei che decise di ripubblicare le vignette danesi proprio per sfidare la brama censoria islamica ritenuta più intollerabile di qualsiasi presunta offesa avessero potuto recare quei tratti di matita che nel frattempo in tutto l’Occidente assurgevano a baluardo della libertà di espressione minacciata dalla protervia di chi pretende, in nome del rispetto delle altrui sensibilità, di porre un limite a ciò che si può dire o disegnare in Europa.

Purtroppo la sfida fu colta anche da al Qaeda, il gruppo jihadista fondato da Osama bin Laden, che aveva da tempo individuato nell’Europa uno dei campi della sua guerra santa. Nel 2011 una sua rivista on line di propaganda intitolata “Inspire” diffuse un manifesto con una dozzina di volti di personalità europee rappresentati come bersaglio e la scritta “Wanted”. Era la fatwa indirizzata, oltre che a Charbonnier e ad altri autori di vignette su Maometto, anche a Salman Rushdie e all’oggi neovincitore delle elezioni olandesi Geert Wilders.

Nel caso di Charbonnier e dei suoi colleghi, quell’appello sarebbe stato raccolto quattro anni dopo da due musulmani nati in Francia con un passato problematico che divennero rapidamente il simbolo dell’integrazione fallita in Francia non solo degli immigrati ma addirittura dei loro figli autoctoni.

Ma lo sterminio della redazione di Charlie Hebdo segnalò anche altro ad un’opinione pubblica sbigottita che inizialmente si schierò dalla parte della libertà di espressione violata riconoscendosi nell’hashtag virale “Je suis Charlie”. La morte di Charb e dei suoi colleghi rappresentava infatti un pieno successo non solo dei terroristi di al Qaeda ma di tutti coloro, e non solo tra i musulmani, che ritenevano illegittima la satira di Charlie Hebdo. Fece molto scalpore non a caso quel che Bergoglio disse pochi giorni dopo l’attentato a bordo dell’aereo papale in risposta alla domanda di un giornalista: “se il dottor Gasbarri (Alberto Gasbarri è l’organizzatore dei viaggi papali, nelle visite apostoliche compare sempre a fianco del Papa) che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, si aspetta un pugno (il Papa fa il gesto di dare un pugno)”.

Fu anche per ribadire che la libertà di espressione in Europa è sacra e inviolabile che pochi mesi dopo scrissi il monologo teatrale “Io ero Charlie”, in cui riportavo in vita Charbonnier per fargli spiegare perché fosse morto tenendo alta la bandiera di uno dei principi fondanti delle nostre democrazie secolari. Charbonnier aveva detto una volta: “Preferisco morire che vivere in ginocchio”. È morto da uomo libero.

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