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La sinistra si ricompatta solo contro un avversario: Craxi, Berlusconi o Salvini

di

Bologna

Analogie e differenze tra storia e cronaca nella nota politica di Paola Sacchi

Dalle monetine alle (più innocue) sardine. Passando per i girotondini. Italie diverse, contesti e modalità diversi, ma sempre lo stesso minimo comun denominatore a sinistra, per l’esattezza quella cosiddetta cattocomunista che affonda le radici nel Pci e nella sinistra Dc: fare di tutto per impedire all’avversario, demonizzato alla stregua del nemico, di vincere. Da Craxi a Berlusconi fino a Salvini.

Personaggi diversi tra loro ma con lo stesso nemico: la superiorite, alla quale la “questione morale” di berlingueriana memoria dette un buon contributo, superiorite come “malattia infantile”, per parafrasare Lenin, del sinistrismo. In sintesi: la non accettazione quasi dello stesso diritto all’esistenza dell’altro, chiunque sia: dal “nemico”, dentro la stessa sinistra, Craxi, reo di aver dato vita all’unica sinistra liberale e moderna di questo Paese andando persino oltre il suo stesso Psi e le già allora un po’ vecchie socialdemocrazie; a Berlusconi reo di aver dato rappresentanza a moltissimi elettori ex craxiani e a tutto il resto di quelli del tanto infangato pentapartito; a Salvini reo di aver superato quota 30 per cento e ora accusato dal segretario Pd Zingaretti di aver “ipnotizzato” gli italiani, di aver dato rappresentanza a zone “dominate dall’incultura” (non male come considerazione dei milioni di italiani che hanno votato Lega, alle Europee come alle regionali primo partito! ).

Questo ha detto Zingaretti a “La Repubblica”. Renzi in un’altra intervista dell’altro ieri a “Il Corriere della sera” ci va un po’ più morbido ma arriva alla stessa conclusione: bisogna impedire a Salvini di vincere, non si può “regalare” (regalare?) il Quirinale “ai sovranisti”.Termine usato come marchio di infamia. Diversa la strategia di Berlusconi, sempre stabile, a differenza di Iv, nei sondaggi tra il 6 e 7 per cento, che considera la Lega parte di quei “sovranisti responsabili” suoi alleati di cui potrebbe favorire se non un ingresso un raccordo con il Ppe.

In più di 25 anni il cosiddetto bipolarismo, le stesse regole dell’alternanza non sono mai state nei fatti accettate dalla sinistra di varie gradazioni e dal centrosinistra cattocom, ovvero il Pd che è l’unione in laboratorio degli ex pci ed ex sinistra dc, le stesse forze preservate come un’operazione chirurgica dal maglio di Mani pulite, che però intervenne sulla cosiddetta destra migliorista del Pci, quella, sintetizzando, filo-craxiana. Questa sinistra, che oggettivamente ha sempre più delegato a certa magistratura militante il compito di contribuire a portarla al potere, si manifestò plasticamente al Raphael, la madre di tutti i processi di piazza.

Probabilmente tutto iniziò con Craxi e con quell’aggressione feroce. Fu propagandata e venne giustificata come la reazione degli italiani alle “tangenti” (che lo statista socialista aveva già denunciato in un silenzio assordante nell’aula della Camera come un vero sistema che riguardava però tutti proprio tutti). Mentre invece, se non altro per le dimensioni di Largo Febo, quella era solo una minoranza feroce, un po’ da centri sociali, ma con forte risonanza mediatica. Il grosso era reduce dal comizio del Pds, la destra missina quattro gatti, la Lega del cappio, il giorno stesso condannato da Bossi, cazziando Orsenigo, forse manco c’era se non altro per non mischiarsi con “Roma ladrona”, che in realtà per il Senatùr era metafora del “potere centrale”.

Ma il Psi anche allora continuava ad avere quasi il 14 per cento. Uno dei suoi massimi storici. Il Pds, dopo aver liquidato Craxi, sentendosi già socialista al posto suo, poi si dette alla “botanica” con Quercia, Ulivo e quant’altro, forte dei potenti agganci con l’establishment, italiano e estero, a cominciare da certa magistratura. Lo stesso Macaluso, uno dei leader della destra Pci, all’ennesimo cambiamento dal Pds ai Ds in salsa un po’ più socialista ammonì in un suo libro: “Da cosa non nasce cosa”. E lo stesso D’Alema, in un’area diversa, più al centro interno, rispetto a Macaluso, che osò parlare per compiere quell’operazione delle cose buone del “primo Craxi”, in modo tatticista, venne guardato a un certo punto quasi come un nemico interno. Perché solo la cosiddetta società civile andava elogiata e rappresentata.

Un picconamento dietro l’altro alla forma partito fino ad arrivare, anche con la botanica, alla nascita dei 5 Stelle. E ai nostri giorni. Di nemico in nemico. Di odio in odio fatto passare per amore. Di moralismo in giustizialismo solo per gli altri. E con un certo… sessismo dei nostri giorni. Come alcuni attacchi sui social di elettori di sinistra e pentastellati alla bella e grintosa Lucia Borgonzoni, la senatrice leghista sfidante per tutto il centrodestra del governatore Pd Stefano Bonaccini. Che così l’ha liquidata in una intervista: “Lei (nata, cresciuta che vive in quelle terre ndr) di Emilia sa ben poco”. Bonaccini, da amministratore più bravo e più ferrato di altri, però occorre dire che ieri sera a “Carta bianca” nel primo confronto televisivo con la sfidante si è un po’ corretto. Se uno ascolta però sui social quello che i media non ci hanno fatto sentire, sere fa, perché tutti presi dalle sardine, si rende conto che Borgonzoni, come ha ripetuto ieri sera, fa proposte precise e argomentate dalla sanità alle infrastrutture per l’Emilia Romagna che è anche la sua. Si possono condividere o meno, ma sempre proposte sono. Non si capisce bene invece quali siano quelle del Pd, se non la difesa, seppur con miglioramenti, della conservazione dell’esistente. Lo stesso Bonaccini ha dovuto ammettere che lo ius soli, pur giusto per lui, non è una priorità. Pur dando atto a Bonaccini di sforzarsi di avere un atteggiamento diverso, lo slogan guida che la sinistra trasmette all’esterno è il no pasaran. Così, a prescindere.

Agli umbri è stato dato dei fessi la mattina del 28 ottobre subito dopo la schiacciante vittoria del centrodestra con la neopresidente leghista Donatella Tesei. La situazione umbra non è quella emiliana. Ma gli umbri, che nella terra di S. Francesco, patrono d’Italia, sono cresciuti in una cultura anche religiosa per la quale si dialoga anche con il Lupo, hanno fatto spallucce. Buona parte di quelle che vengono chiamate da Zingaretti “zone di incultura salviniana”, quindi, visti i risultati, starebbero anche nel ceto medio anche alto, laureato, di professionisti e di imprenditori. Gli umbri hanno fatto spallucce viste anche le origini millenarie dei propri centri dove ci sono realtà in cui, come a Orvieto prima roccaforte rossa a cadere e a Perugia poi, rispettivamente da 10 e 5 anni, va avanti l’alternanza e non è accaduta catastrofe alcuna. Il punto è cosa è il Pd, chi rappresenta, cosa è Italia viva di Renzi. Solo un partito di Palazzo quest’ultimo? Finora parrebbe di si. La sinistra nelle sue varie gradazioni non ha mai fatto una seria analisi dei ceti sociali che rappresenta. Cosa che, almeno questa, il vecchio Pci a ogni sconfitta era abituato a fare, per capire dove avesse sbagliato.

Il risultato è che la sinistra, di cui il Pd vince ai Parioli, è paradossalmente finita nella destra. E forse sarà anche il caso di andare oltre l’analisi che si regge su queste due categorie ideologiche sopravanzate dai veloci, epocali mutamenti in Italia e nel mondo. Il risultato è che a forza di mettere insieme tutte le minoranze possibili non solo in Italia ma anche in Europa, come ha scritto Pierluigi Battista su “Il Corriere della sera”, pur di battere il nemico, la sinistra non sa più chi veramente sia. Agli occhi di milioni di italiani dà ormai l’impressione avuta dalla netta maggioranza degli umbri, che, pur “fessacchiotti”, ci si conceda l’ironia, hanno visto in questo schieramento un partito soprattutto volto a conservare il proprio potere, senza un vero progetto, una vera visione.

Si dirà che la vicenda giudiziaria sulla sanità abbia favorito la vittoria del centrodestra o destracentro. Senza però prendere mai in considerazione il fatto che dopo 50 anni in Umbria, ma anche in Emilia (solo dalle urne in quest’ultima verrà però ovviamente la vera risposta) c’è chi ha invocato e invoca un sano ricambio, un’alternanza che farebbe bene forse alla stessa sinistra per ripensarsi e risorgere con una proposta per e non contro. Senza nascondere ogni volta un evidente problema di identità dietro monetine, girotondi e sardine contro il nemico di turno. “Così si dà solo l’idea di aver una terribile paura”. Non sono parole che vengono dal centrodestra ma da un ex amministratore umbro del Pd, dette ovviamente in camera caritatis alla cronista. Bonaccini ieri sera è stato abbastanza bravo, ma era evidente una sua certa tensione di fondo, quando continuava con quel “lei non sa, le spiego meglio”, molto più tranquilla e nuova è apparsa Borgonzoni. Il governatore ha praticamente giocato soprattutto in difesa. Chissà, forse proprio senza sardine avrebbe paradossalmente più chance. Salvini gongola ironico: “Mi piacciono molto queste manifestazioni”. E certo: lo mettono al centro. Come il nemico di sempre. Dopo le monetine e i girotondini, forse, al di là di come finirà in Emilia, dove la battaglia è tutta aperta, questi metodi della sinistra stanno mostrando davvero la corda. Dopo più di 25 anni di “nemici” da battere.

Senza accorgersi che la Lega e con essa Fi e Fdi di Giorgia Meloni rappresentano già una significativa parte di quel mitico centro che è il ceto medio, elettori in carne ed ossa. Non una categoria dello spirito di manovre un po’ stantie di Palazzo.

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