Come scrive il Financial Times, gli Stati Uniti di oggi stanno assistendo ad una vera e propria ripartenza del nucleare, un settore che dopo decenni di declino sta vivendo un momento di straordinaria vitalità.
A spingere questa inversione di rotta è soprattutto l’esplosione della domanda di energia elettrica, alimentata dai giganteschi data center dell’intelligenza artificiale e dal ritorno della produzione manifatturiera sul suolo statunitense.
Le grandi aziende tech, da Microsoft a Google fino ad Amazon, vedono nel nucleare la soluzione ideale: energia pulita, affidabile e disponibile 24 ore su 24, senza le incertezze di sole e vento.
Sullo sfondo di questo fermento si staglia l’ambizioso obiettivo dell’amministrazione Trump di quadruplicare la capacità nucleare entro il 2050, in un contesto di competizione globale con la Cina.
I motori del rilancio
Il vero motore di questa ripresa è, secondo il Ft, la sete di energia dei data center per l’IA e il ritorno della manifattura in America, fattori che stanno mettendo sotto pressione le reti elettriche e facendo salire i prezzi.
Le Big Tech sono attratte dal nucleare proprio perché offre energia pulita e costante, senza interruzioni.
Preoccupate che una carenza di corrente possa rallentare i loro piani, Microsoft e Google hanno firmato contratti a lungo termine per sostenere il riavvio di centrali chiuse in Iowa e Pennsylvania.
Nel frattempo, gli investitori privati hanno riversato lo scorso anno un record di 3 miliardi di dollari in startup che sviluppano reattori modulari piccoli (SMR), capaci di produrre un terzo o meno dell’energia dei grandi impianti tradizionali.
Amazon, per esempio, ha acquisito una quota in X-energy, che punta a realizzare 144 SMR tra Stati Uniti e Regno Unito. Clay Sell, amministratore delegato di X-energy, è diretto: per costruire data center non mancano chip, cavi, terreni o capitali, manca solo l’elettricità.
E senza nucleare, avverte, gli USA non potranno competere con la Cina nella corsa all’intelligenza artificiale.
Scetticismo e rischi
Non tutti, però, sono convinti che questa euforia durerà, rimarca il quotidiano della City.
Il nucleare resta un settore ad alto rischio finanziario, regolatorio e di immagine. Solo una manciata di centrali chiuse può essere realmente riavviata, e costruire grandi reattori da zero rimane un’impresa complicata, spesso segnata da ritardi e costi fuori controllo.
Degli oltre cinquanta progetti SMR in corso negli Usa, nessuno ha ancora dimostrato di essere commercialmente sostenibile né ha ottenuto la licenza operativa dalla Nuclear Regulatory Commission.
Edwin Lyman, fisico della Union of Concerned Scientists e critico del nucleare, non usa giri di parole: i problemi di fondo – costi elevati, rischi di incidenti e proliferazione – non sono spariti. Per lui, la cosiddetta rinascita nucleare annunciata da Trump poggia su fondamenta fragili.
Strategie industriali
In un sito industriale sulle rive del Lago Michigan, centinaia di operai stanno correndo contro il tempo per compiere un’impresa che negli Stati Uniti non ha precedenti: riportare in vita una centrale nucleare già destinata allo smantellamento definitivo.
Stiamo parlando di Palisades, un impianto di mezza età che solo pochi anni fa sembrava condannato all’oblio per motivi puramente economici.
Oggi, grazie a 3,2 miliardi di finanziamenti federali, a Palisades si stanno rinnovando le attrezzature e progettando l’aggiunta di due piccoli reattori modulari. L’obiettivo è raggiungere i 1.400 megawatt, abbastanza per alimentare 1,4 milioni di case.
Palisades non è un caso isolato. Constellation Energy ha ottenuto un prestito federale da un miliardo per riaccendere un reattore a Three Mile Island, il sito del peggior incidente nucleare americano nel 1979, con l’obiettivo di tornare operativi entro fine 2027 grazie a un contratto ventennale con Microsoft.
Daniel Eggers, vicepresidente di Constellation, spiega che la priorità è evitare nuove chiusure e spremere di più dagli impianti esistenti aumentando la potenza.
Ma per quadruplicare la capacità attuale di 100 gigawatt servirebbero 15 gigawatt aggiuntivi ogni anno dal 2030 al 2050, un ritmo mai visto prima.
Un rapporto di T. Rowe Price mette in guardia sui costi, ricordando il disastro di Vogtle in Georgia: i due ultimi grandi reattori costruiti negli Usa sono arrivati con sette anni di ritardo e 18 miliardi di costi extra, spingendo l’investimento a 15.000 dollari per kilowatt – cinque volte quanto in Corea del Sud.
Quel progetto ha fatto lievitare le bollette, provocato proteste e portato Westinghouse al fallimento nel 2017.
Nuovi modelli di finanziamento e partnership
Harry Sideris, CEO di Duke Energy, è chiaro: prima di buttarsi su nuovi grandi reattori servono garanzie federali contro gli sforamenti di budget.
Un banco di prova importante sarà il sito di Virgil C. Summer in South Carolina, abbandonato otto anni fa dopo aver bruciato 9 miliardi.
Ora Brookfield sta negoziando l’acquisizione per rilanciarlo nell’ambito di una partnership da 80 miliardi con il governo Usa, che include finanziamenti giapponesi fino a 100 miliardi e meccanismi di condivisione dei profitti.
Wyatt Hartley di Brookfield sottolinea l’importanza di ordini multipli per abbattere i costi, prendendo a modello la Cina.
L’amministrazione Trump vuole creare un campione nazionale capace di soddisfare la domanda interna e competere all’estero, e molti vedono nel reattore AP1000 di Westinghouse la tecnologia chiave per raggiungere l’obiettivo del 2050.
Il potenziale dei reattori modulari
Le grandi tech, per ora, preferiscono finanziare riavvii ed estensioni di vita degli impianti esistenti piuttosto che impegnarsi su nuovi grandi reattori.
Stanno però firmando, sottolinea il Ft, accordi con chi sviluppa SMR, considerati più economici e veloci perché assemblati in fabbrica e poi trasportati sul sito.
Google ha stipulato il primo contratto vincolante con Kairos Power, mentre Oklo – sostenuta da Sam Altman di OpenAI – dichiara già accordi per 14 gigawatt.
Gli analisti ritengono che gli SMR possano davvero trainare questa rinascita, richiedendo meno capitale iniziale.
Gli investitori ci credono e stanno riversando denaro nel settore. Rimangono però ostacoli tecnici e regolatori: solo NuScale ha un design approvato, e nessuno ha ancora la licenza operativa.
L’amministrazione Trump sta accelerando le procedure alla NRC, ma ex responsabili come Allison Macfarlane temono che pressioni politiche possano indebolire i controlli e aumentare i rischi di incidenti.
Prospettive
Allison Macfarlane, geologa e esperta di politiche nucleari statunitense, è scettica: con i tempi e i costi attuali del nucleare americano, quadruplicare la capacità entro il 2050 è semplicemente irrealistico.
Di segno opposto l’opinione di Adam Stein del Breakthrough Institute: oggi ci sono le migliori condizioni di sempre – incentivi pubblici, prestiti, domanda in forte crescita e capitali privati – a differenza della falsa partenza degli anni Duemila, affossata dal fracking e da Fukushima.
Per lui, le circostanze sono mature per un’espansione rapida e sostenuta della flotta nucleare statunitense.



