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Marina Militare, come conciliare difesa e sicurezza

di

lawfare

L’articolo del CF, Emiliano Magnalardo, Stato Maggiore Marina Militare (Capo Sezione Strategia Marittima ed Industriale, Ufficio Politica Marittima e Relazioni Internazionali, Dipartimento Sviluppo dello Strumento Marittimo).

 

La crescente e irreversibile espansione delle connessioni globali rafforza oggigiorno il già marcato connotato marittimo del nostro tempo, ciò che gli analisti definiscono come Blue Century. Il mare, tradizionale global common, è elemento vitale sia per il grande patrimonio di risorse che custodisce, sia per la “rete nodale” che collega, costituita dall’imprenditoria marittima e dalle agenzie che operano sul mare.

In tale contesto, insistono molteplici minacce alla sicurezza delle linee di comunicazione marittime, fra cui: la pirateria, al momento sotto controllo grazie alla presenza costante di forze navali militari; il terrorismo ed il traffico illegale, spesso strettamente connessi; l’immigrazione clandestina con i tragici carichi di disperazione e malaffare; l’inquinamento, colposo ma anche doloso; e, infine, dopo alcuni decenni di declino, la rinvigorita presenza di forze militari convenzionali sempre più persistenti e attive, a supporto di politiche estere di potenze globali e regionali fortemente assertive.

Nell’ambiente marittimo, così ricco di opportunità e rischi, si affaccia dunque l’Italia, Paese dalla spiccata economia di trasformazione e storicamente legato al mare. Già oggi il cluster marittimo italiano gioca un ruolo di rilievo nell’alimentare l’indotto nazionale e sostenere il commercio internazionale con 45 miliardi di Euro di beni e servizi prodotti, producendo quasi il 3% del PIL nazionale complessivo e il 3,5% della componente non statale e dando lavoro a quasi 500mila persone.

Basti ricordare che, nel 2017, circa il 60% delle merci importate e il 50% di quelle esportate dall’Italia sono transitate via mare, classificando l’Italia come uno dei principali Paesi europei per importazioni ed esportazioni marittime con il resto del mondo: circa 215 milioni di tonnellate.

Ne consegue che, per la sua posizione e per il ruolo che aspira a svolgere nella Comunità Internazionale, l’Italia è chiamata a promuovere una strategia marittima focalizzata sull’interesse nazionale, a sostegno della politica estera, economica e di difesa del Paese.

Su tali dinamiche, si dovrebbe quindi inserire un approccio “orientato all’Interesse Nazionale” capace di:

  • condurre, con spiccato approccio inter-ministeriale, un’attenta disamina degli interessi del Paese, operandone una prioritarizzazione rispetto alle categorizzazioni “vitali”, “strategici” e “contingenti”;
  • studiare, in chiave preventiva, le vulnerabilità intrinseche a tali interessi, al pari delle potenzialità da preservare;
  • individuare minacce che incombono su di essi o tensioni che in prospettiva potrebbero condizionarli;
  • analizzare le conseguenze che derivano dalle suddette minacce, anche in termini di potenziali sviluppi, valutandone le ripercussioni interne.

In tale prospettiva, le azioni da compiere sono da considerarsi come un continuum di attività, talvolta afferenti più funzioni, che interagiscono in modo inclusivo, trasversale e multidimensionale, contribuendo alla cosiddetta “resilienza nazionale”, recentemente declinata nelle linee programmatiche del Ministro della Difesa, intesa quale “capacità di adattamento dell’intero apparato statale, di resistere e reagire a tutto ciò che possa turbarne la sicurezza, la stabilità interna e la governabilità”, partendo anche dal mare

Questo approccio dovrebbe svilupparsi in un binomio tra gli aspetti della “Difesa” e della “Sicurezza”, nelle dimensioni “interna” e “avanzata”, privilegiando una postura “preventiva” piuttosto che “reattiva”

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